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Marco Emanuele Pensiero Strategico

Lasciamo la superficie

Abbiamo passato troppo tempo, soprattutto negli ultimi decenni, a consolarci dentro al recinto di un benessere “compiuto”, dentro la presunta compiutezza della democrazia. E’ come se ci fossimo illusi di aver raggiunto un tempo ultimo nel quale tutti avremmo condiviso certi valori, un pensiero, organizzazioni politico-istituzionali, sistemi economici, norme giuridiche. Un tempo nel quale avremmo bandito la parola guerra ed esaltato la parola pace, peraltro sbandierata e ricercata con metodi talvolta molto discutibili.

Nei decenni seguiti alla caduta del muro di Berlino e alla implosione dell’Unione Sovietica abbiamo dimenticato l’ascolto della realtà, in molti (classi dirigenti) hanno pensato che tutto stesse andando come previsto mentre, invece, la vita vera dei popoli mostrava tutte le sue complessità: non solo nei Paesi cosiddetti poveri o in via di sviluppo ma anche nelle ricche società democratiche. Le disuguaglianze, fenomeno con il quale siamo chiamati a fare i conti in maniera strategica, ne sono un esempio.

Ci siamo buttati, senza pensiero, nelle meraviglie del mondo digitale e, lungi dal riflettere di noi in tale rivoluzione, abbiamo costruito una sorta di virtualità non guardando alla de-generazione delle relazioni umane che, nel frattempo, avanzava. Ma era tutto reale, nulla era virtuale. Oggi il tema è capire il paradigma tecnologico: come – in sostanza – stiamo cambiando attraverso di esso.

Abbiamo corso troppo, dimenticando l’essenziale. E’ così che un pensiero strategico adeguato ai tempi non può che ri-partire (partire continuamente) dall’ascolto. La straordinaria intuizione del Concilio Vaticano che parlò di “segni dei tempi” ci aiuta oggi a ri-tornare nella realtà viva, quella che non può essere cancellata da qualsivoglia ideologia ma che torna sempre a mostrare la sua Verità, che è la nostra in-ricerca.

Occorre ricucire la separazione tra le formule della globalizzazione e dei mercati e l’anima politica della mediazione e della visione. L’ascolto è complesso ed è ciò che ci permette di ri-entrare in relazione con la realtà viva. Ascoltare le felicità, le sofferenze, il dolore è la condizione prima per com-prendere la realtà-in-noi, per affrontare i problemi e, soprattutto, per cercare di prevenirli.

Il bene e il male ci appartengono così come le possibilità di generazione e di de-generazione. Lo vediamo ogni giorno. L’uomo non smette di fare la guerra, di uccidere i suoi simili: il male, la forza, la violenza sono nostri elementi costitutivi e negarlo non ci aiuta a superarli. L’ascolto, dunque, è essenziale per essere davvero realisti, per non cadere nella doppia trappola di uno sterile buonismo sulla condizione umana tanto quanto di una perenne contrapposizione tra punti di vista diversi sulla storia.

E’ troppo comodo restare in superficie, limitandoci a mediatizzare la realtà. C’è differenza tra l’essere informati e il conoscere. L’ascolto è primo passo di conoscenza.

La riflessione continua …

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