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Camminare nel pensiero strategico (di Marco Emanuele)

La crisi del divenire (…) è nello stesso tempo la crisi dell’era planetaria. La crisi dello sviluppo devasta non solo il Terzo Mondo, ma il nostro stesso mondo, che si è sotto-sviluppato moralmente, intellettualmente, affettivamente, a causa del suo stesso sviluppo scientifico e tecnico. Nella nostra fine di secolo, tutti i generi di crisi si intrecciano. Viviamo, ad un tempo, la crisi del Passato, la crisi del Futuro, la crisi del Divenire. La crisi del passato, quella dei Fondamenti, era stata aperta dalla modernità stessa. Ma la crisi del Futuro e la crisi del Divenire hanno messo in crisi la modernità – Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti ed Edgar Morin (Turbare il futuro. Un nuovo inizio per la civiltà planetaria, Bergamo 1990, p. 11)

 

Il pensiero strategico è del tutto calato nelle dinamiche del mondo e dei mondi che evolvono. Per questo, pensare strategicamente significa considerare i segni dei tempi che caratterizzano il proprio tempo e, a partire da quelli, maturare giudizio storico. Ciò significa che il pensatore strategico è soprattutto un analista-intellettuale curioso, creativo, auto-critico e critico, nell’oltre. Il pensatore strategico è chi, attraverso la sua riflessione e il suo impegno, passa – e aiuta a passare –  dalla cronaca alla storia.

Nel terzo millennio, alcune dinamiche non separabili stanno emergendo con grande intensità:

  • la crisi de-generativa della politica e il doppio inganno della religione politica e della politica come amministrazione;
  • l’Occidente alla prova delle complessità della storia;
  • il multilateralismo in un mondo da ricomprendere e da ri-comprendere;
  • le difficoltà delle democrazie liberali  (partitica a-storica e il fantasma della rappresentanza), la sovranità eterodiretta, lo Stato burocratico, i nazionalismi e le sirene autoritarie;
  • le trasformazioni del rischio, la mala-informazione e la dis-informazione;
  • nuovi terrorismi e come prevenirli e contrastarli;
  • la salute del vivente;
  • la crescita delle disuguaglianze, le crepe profonde nella coesione sociale e le difficoltà nel garantire la sicurezza;
  • le trasformazioni del capitalismo e il mercato tradito;
  • i nuovi muri e il proliferare dei conflitti armati;
  • la rivoluzione digitale, la transizione ecologica e i relativi impatti;
  • l’interrelazione delle sfide e la necessaria interrelazione delle soluzioni;
  • la glocalità e l’importanza strategica delle città;
  • le dinamiche demografiche;
  • le migrazioni “costrette”;
  • l’uso strumentale del dato religioso;
  • formazione e auto-formazione.

Stare dentro a tutto questo è una impresa titanica eppure è l’impresa che ci viene richiesta. Questi, dal nostro punto di vista, sono i segni dei tempi che popolano il palcoscenico della storia. Ha ragione Yuval Noah Hariri (21 lezioni per il XXI secolo, Firenze-Milano 2018, p. 9): La realtà è piena di minacce (anche di possibilità positive, NdA), e qui si cerca di esaminare differenti aspetti della nostra difficile situazione globale, senza pretendere di essere esaustivi. In aggiunta alle domande che si pone Hariri (21 lezioni, 2018, p. 9), che cosa sta accadendo oggi nel mondo e qual è il senso profondo di quello che succede ?, ci domandiamo: di quale pensiero abbiamo bisogno per ricomprendere e per ri-com-prendere il mondo ?

Nulla di originale nel dire che i processi storici toccano, al contempo, la sensibilità collettiva e quelle individuali ma val bene ribadirlo. La distanza tra le persone e le istituzioni cresce anche perché le prime sentono che le le istituzioni sono quelle tipiche di uno Stato burocratico: lontane, asettiche, quasi indifferenti rispetto alla vita vera eppure molto insistenti nell’invadere anche la sfera più intima e privata. E ciò è ancora più grave se accade in sistemi democratici che rischiano di soccombere nel  loro essere ancora, e in buona parte, burocratici.

Bisogna ri-partire dalla condizioni esistenziali perché esse continueranno a determinare, nel bene e nel male, l’evoluzione di ciò che viviamo. Il fattore umano continuerà a essere decisivo. Un punto fondamentale, nella logica del pensiero strategico, è capire come molto di ciò che viviamo dipenda direttamente dalla nostra responsabilità di “soggetti storici”, fonte di evoluzione ma anche di involuzione, contraddittori e conflittuali.

Già abbiamo visto, in tempi relativamente recenti, come il credere “religiosamente” nella inevitabilità del progresso non sia la direzione giusta. Lo scrivevano Bocchi, Ceruti e Morin all’inizio degli anni ’90 (Turbare il futuro, 1990, p. 10): (…) di fatto la crisi del progresso era cominciata qua e là già nel corso degli anni venti, trenta e quaranta del nostro secolo, con le delusioni del primo dopoguerra e con la coscienza del carattere regressivo del nazismo e del comunismo staliniano. Nel 1945 Hiroshima introdusse l’ambivalenza nello sviluppo tecnico e nella crescita industriale. Poi, con il crollo dello stalinismo e del maoismo, l’idea di Rivoluzione socialista perse irrimediabilmente il suo senso salvifico e rivelò il suo volto dantesco.

Abbiamo bisogno di un pensiero adeguato ed è su questo che cercheremo di lavorare. Perché, se è necessario ri-pensare la geopolitica e la geostrategia, è indispensabile capire la direzione da intraprendere, ri-costruire un ambiente culturale strategico nella grande trasformazione in atto. Ascoltiamo le parole di Pierluigi Fagan (Verso un mondo multipolare, Roma 2017, pp. 13-14-15): Il problema è che nel nostro apparato cognitivo ci sono moduli stratificati dai fatti e dai fenomeni, dalle esperienze di ciò che è stato, e questi moduli riflettono proprio il mondo e le sue strutture. Cambiando queste, ma non ancora il modo in cui funziona la nostra cognizione, prima ci allarmiamo perché il mondo si trasforma, poi la preoccupazione si fa maggiore quando non capiamo in che senso ciò avvenga e quali siano e saranno le conseguenze di questo cambiamento. Siamo in una fase di transizione da un’epoca all’altra, processo periglioso e certo non indolore. Questo cambiamento è iniziato sottotraccia, soffuso, ma poi, man mano, quella che sembrava una tranquilla musica da camera si è rivelata una rapsodia, anarchica e inquietante. (…) Alla complessità del mondo dovrebbe corrispondere una forma del nostro apparato cognitivo adeguata. Purtroppo, però, quest’ultimo, proviene da una storia diversa, più semplice, quella che stiamo abbandonando. Si forma perciò un dislivello tra i fatti del mondo e la nostra facoltà di comprensione.

In sostanza, senza una vera e propria “metamorfosi culturale” rischiamo che geopolitica e geostrategia restino dinamiche di potere auto-referenziali e in mano a poche élites. Non stiamo teorizzando che ogni cittadino, per fare un esempio, si trasformi in un diplomatico di professione; piuttosto, sarebbe importante che ogni cittadino com-prendesse l’importanza della diplomazia nel mondo di oggi, e di quale diplomazia. Lo stesso vale, sempre a esempio, per le figure professionali che, più o meno “in chiaro”, si occupano di sicurezza pubblica intesa in senso complesso. Siamo pensando, invece, che per poter comprendere occorra colmare il dislivello di cui scrive Fagan (cit. riportata nel capoverso precedente); e che per poter com-prendere, passaggio successivo, occorra invece ri-approppriarci della complessità e delle complessità dell’esperienza umana e del vivente.

Tale metamorfosi verso il pensiero strategico, lo diciamo fin da subito, non può avvenire in termini antagonistici. Non c’è l’oltre nello scontro fine a se stesso. Eppure, ancora oggi, vediamo ciò che non vorremmo più vedere: qualunque sia il tema, più o meno sensibile, la mediazione sembra dimenticata.

Sia chiaro, chi scrive ha grande rispetto per il dissenso. Qui pensiamo che una società che neghi le contraddizioni e il conflitto sia pericolosa: ma non è più il tempo di un approccio solo antagonistico. Va detto che la situazione che viviamo, di pandemia prolungata, non aiuta. Dobbiamo porci una domanda e agire di conseguenza: ci interessa costruire una sostenibilità sostanziale non solo per la prossime generazioni (come troppo retoricamente si dice) ma per quelle che stanno vivendo il pianeta ?

Di fronte a questa domanda rischiamo, e giustamente, di sentirci piccoli. Ma ciò non ci esenta dall’impegno quotidiano, ciascuno secondo le proprie possibilità. In una condizione storica come l’attuale fioriscono teorie del complotto, si cerca di capire – molto spesso al di là della realtà – il ruolo di presunte forze oscure che manovrerebbero nell’ombra per costruire un nuovo ordine dopo il crollo di quello bi-polare ormai più di trent’anni fa.

Ciò che successe dopo il 9 novembre 1989 meriterebbe un’analisi più attenta e approfondita. Così Fagan (Verso un mondo multipolare, 2017, p. 21): Quando crollò il sistema sovietico, quello occidentale ritenne di potersi espandere ormai a tutto il pianeta, e infatti fu quello che in parte avvenne. In seguito si scoprì che togliere una parte non significava automaticamente che l’altra ne prendesse il posto, ma era l’intero sistema che andava riconfigurato. Nel frattempo, infatti, la popolazione del mondo, così come il numero di Stati, era quadruplicata, anche in ragione della diffusione dei modi di produzione occidentali (…) e della medicina scientifica.

Che vi siano, a livello globale, forze organizzate che spingono in direzioni d’interesse non vi è dubbio: questo, anche se può portare a conseguenze assai negative, fa parte del grande gioco del potere che si ri-posiziona. Lo ha ricordato, in un passaggio dimenticato dai media, il Presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di re-insediamento come Capo dello Stato (3 febbraio 2022): Poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico.

Che il potere si re-distribuisca è nel grande gioco strategico: da lì al complotto la strada è lunga.

Concordo con Hariri (21 lezioni, 2018, p. 12) quando sottolinea che, nell’attuale situazione, la maggior parte delle persone soffre non tanto per lo sfruttamento, bensì per qualcosa di molto peggiore: l’irrilevanza. Se ci pensiamo, molti urlano contro il sistema quando sentono di non poter incidere sulla sua evoluzione. In democrazia, in particolare, a essere saltata è la sostanza della rappresentanza. I popoli, in molti casi, non si riconoscono nei propri rappresentanti: è venuto meno l’elemento della fiducia. Tale mancanza, ne siamo convinti, è ciò che chiama molti a rinunciare all’esercizio della responsabilità dell’essere cittadini e ad agire in forme (anch’esse politiche) come l’astensionismo e l’antagonismo (molto spesso, come abbiamo visto negli ultimi tempi non solo in Italia, eterodiretto). Dovremmo domandarci quanto la rivoluzione tecnologica stia esacerbando tutto questo: ne parleremo.

Il pensiero strategico può servire a tracciare i contorni di “nuove” responsabilità. Questa è la parola chiave. E’ attraverso il pensiero strategico, che agisce dall’alto e dal profondo, che potremmo ri-congiungere ogni storia personale con la Storia dell’umanità. Il pensiero strategico, nella nostra visione, non è solo strumento per gli analisti e per i decisori: esso è molto altro, è una via di uscita dal grande blocco storico dello scontro tra poteri in assenza di visione progettuale.

Vorremmo evidenziare l’urgenza del pensiero strategico pensando al recentissimo Summit delle democrazie voluto dal Presidente USA Biden: era ancora un messaggio contro, di democrazie in difensiva. Il messaggio strategico, a opinione di chi scrive, avrebbe dovuto essere quello di un Summit sull’auto-critica delle democrazie, invitando a discutere tutti i rappresentanti dei Paesi che siedono all’ONU: ma, ancora una volta, ha prevalso la logica della competizione a ogni costo.

Noi oggi ci troviamo, scrive Fagan (Verso un mondo multipolare, 2017, p. 22) dove le condizioni interne allo sviluppo e al dominio dell’Occidente moderno (cultura, forme degli Stati, economia e geopolitica), tese all’affermazione per competizione, si scontrano con condizioni esterne del tutto nuove; laddove continuare a pensare e fare come abbiamo sempre fatto e pensato porta a un risultato certo: il disadattamento, il fallimento adattativo. (…) Il problema è che entriamo in un mondo nuovo con modi di vita, istituzioni sociali e sistemi mentali vecchi. Quando si attraversa una transizione epocale, questo disallineamento, se non regolato velocemente, porta a vari tipi di catastrofe. Urge un nuovo pensiero strategico per la ri-fondazione sistemica e per la decisione.