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Cronache Italiane Marco Emanuele

Cronache Italiane – Arresti democratici (Marco Emanuele)

Ciò che è successo ieri a Roma chiama tutti a ripensare la sostanza democratica. Condannare è il minimo che si possa fare ma, evidentemente, non basta più. Se è vero che parliamo di minoranze rumorose e violente (e anche organizzate), a Roma è andato in scena un problema ben più grande.

Le immagini di guerriglia urbana che abbiamo visto mi portano alla mente una riflessione che non può aspettare: la cara democrazia, infatti, è in evidente stato di de-generazione. Si è smarrita la basica capacità di dialogo, assolutizzata la parte di dialogo solo dialettica.

E’ venuto, anche se non è mai finito, il tempo degli intellettuali, di chi ha il dovere di porre in evidenza una direzione e di lavorare a condividere visioni di convivenza. Siamo, dicevo, nell’evidente radicalizzazione in una dialettica esasperata nella quale ciascuno porta e pone le proprie convinzioni come Verità. La democrazia, che porta dentro la sua de-generazione (la storia insegna), si sostiene in termini di diritti e libertà laddove condivide un dialogo non solo dialettico ma anche dialogale, profondo, effettivo.

Se tutti abbiamo il diritto di contestare il potere e le sue scelte, mai dimenticando che – in quanto cittadini – siamo potere, nessuno ha il diritto di farlo sopravanzando l’altro, spezzando l’equilibrio fragile della democrazia che è continua sintesi tra interessi diversi, anche divergenti: mediazione e progetto sono le parole-chiave del nostro vivere-in-comune.

Se condannare non basta più, è necessario riconvertire l’astensionismo in un lavoro progettuale, in una nuova stagione comunitaria d’impegno pubblico. Questo è un appello a tutti coloro che si sentono estranei alla politica. Attenzione perché, come si sa, in politica i vuoti non esistono: prima o poi, infatti, qualcuno li riempie.

 

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Cronache italiane – Benvenuti al bar Italia (Marco Emanuele)

Il bar Italia è sempre aperto, attività ormai diventata esercizio di non-stile. Di fronte alla gravosità dei problemi planetari, che cascano senza bussare ai livelli nazionale e locale, buona parte delle nostre classi dirigenti è parte integrante di quella informazione-spettacolo che riempie gli schermi televisivi durante il giorno.

Tutto viene spiegato al popolo in termini semplificati e, così facendo, la complessità diventa arte da intellettuali, roba per pochi, e cessa di essere, nella comprensione diffusa, la natura della realtà. Le voci che vorrebbero portare la discussione dal superficiale al profondo non vengono ascoltate, se non in programmi di nicchia, e tutto si riduce a scontro tra parti che spacciano, ciascuna, la propria Parte per Verità.

La polemica è cercata, parte della strategia comunicativa. Poi ci sono i social, ormai diventati arene senza controllo nelle quali si affronta il problema fondamentale (ironicamente scrivendo …) se il governo Draghi sia il risultato di un complotto dell’Europa e/o di poteri forti stile Spectre di 007.

Mi si permetta di ridere se tutto questo non fosse una tragedia. Perché la pandemia, che ha aggravato problemi antichi, chiede il ripensamento di tutte le categorie che, ben prima di essa, avremmo dovuto lasciarci alle spalle. Forse qualcuno ricorderà che, circa trent’anni fa, cadde il muro di Berlino e si decretò la fine del mondo bipolare. Cos’hanno fatto, da allora, le classi dirigenti per cercare di stabilire un nuovo ordine “glocale” e non più solo globale ?

Nel frattempo si sono accresciute le disuguaglianze, il mondo si è incendiato di conflitti e tanti muri si sono elevati, i cambiamenti climatici ci pongono il problema di un agire senza ulteriori perdite di tempo, la rivoluzione tecnologica ha inciso e continua a incidere ponendo in metamorfosi le nostre esistenze.

Molta politica, intanto, discute del niente con grande passione. La trovi lì, al bar Italia, pronta a raccogliere un consenso che si erode sempre di più. La democrazia paga il prezzo di una visione sacrificata alla tattica: di fronte a tutto questo, per concludere, il popolo avrebbe bisogno di ritrovare il senso della storia. Ma gli esempi, ahimé, mancano.

 

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Cronache Italiane – Draghi ai partiti: il messaggio è chiaro (Marco Emanuele)

EU flags waving in front of European Parliament building in Brus

Quando il Presidente del Consiglio, con quella faccia  un pò così … (citazione rubata al Maestro Conte), dichiara che l’attività del governo non segue il calendario elettorale, cosa ci sta dicendo ? Ci leggo il dire che, visti gli impegni presi con l’Europa per il post-pandemia, il governo deve andare avanti: lì, infatti, si costruisce la storia mentre il resto è cronaca.

Il post-pandemia rappresenta un mondo del tutto diverso dal precedente. Tutto è entrato in metamoforsi, dai problemi economici e sociali fino al linguaggio: chi si ostina a pronunciare parole antiche, addirittura novecentesche, è fuori dalla storia. L’andare avanti del governo incrocia anche un altro dato: nel post-pandemia, inevitabilmente si rafforza il ruolo degli esecutivi.

Ed eccoci al punto. Io non so se Draghi rappresenti una benedizione per il nostro Paese perchè, forse, la sua figura va studiata e compresa nel discorso più ampio della grande metamorfosi in atto a livello globale. Certamente, Draghi rappresenta una forma di governo che non può permettersi distrazioni, che deve seguire un programma chiaro e preciso, che non ammette sbavature.

Nel rafforzamento degli esecutivi, è interessante studiare il rapporto tra il governo Draghi (profondamente politico e profondamente tecnico …. a proposito, esistono governi che non siano politici ?) e le forze politiche che lo sostengono. Mi sembra, ogni giorno di più, il rapporto tra un padre autorevole e i propri figli: le forze politiche non sono morte, ciò che è morto è la politica come capacità dei partiti di raccogliere e di organizzare il consenso (si veda l’astensionismo …). Se la politica attuale è senza visione, tatticamente coinvolta ma strategicamente assente, la linea non può non venire da chi non ha il tempo, e forse nemmeno la voglia, di fermarsi a discutere.

 

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Cronache Italiane – La politica che non parla agli astenuti (Marco Emanuele)

Tacchino, Uomo, Pensiero, Attenzione, Lettura, Persona

Quando la politica parla a metà degli italiani è in ballo la sostanza della democrazia.  Nessun esponente politico sembra domandarsi “quanto valga” il consenso della propria parte; se, come sempre accade, nelle competizioni elettorali qualcuno vince e qualcuno perde, la riflessione andrebbe fatta sulla quantità (che diventa qualità) del voto stesso.

E’ sempre più chiaro che metà del Bel Paese non crede più nella politica che conosciamo. Se tante sono le ragioni, il distacco è evidente, la separazione è data. Abbiamo costruito il mostro della “società civile”, come se quella non fosse politica; e, invece, è proprio la società civile che sta facendo politica versus la politica di apparato.

Qui non si discute di qualche parte in particolare ma della classe politica nel suo insieme. Prima di altri poteri, è l’astensione che erode progressivamente la dignità delle classi dirigenti, sempre più personali. Sulla realtà, in metamorfosi per fatti suoi, la politica non incide; sui grandi processi storici, si pensi alla rivoluzione tecnologica, la politica rincorre, non anticipa, tappa i buchi. Manca la visione e chi è dall’altra parte (sempre a causa della scellerata separazione di cui sopra) lo capisce: la società civile (termine che uso per invitare tutti a dimenticarlo) sceglie di fare politica astenendosi. Si dirà che questo è il venire meno a un dovere civico ed è vero: ma, in fondo, la democrazia è anche auto-organizzazione, partecipazione in molti modi.

Per voltare pagina non basta il PNRR. Ci vuole un pensiero adeguato ai tempi che stiamo vivendo. La realtà ci ammonisce, così come il silenzio assordante degli astenuti.

 

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Tackling climate risk is an extraordinary political opportunity (by Marco Emanuele)

Tackling climate risk is an extraordinary political opportunity.

Beyond the urgency of climate change, which is now well established, working politically on climate risk is an extraordinary opportunity. The ecological challenge, in addition to being ethical, is above all strategic. There is an overall reconversion of our cultural, economic and social system at stake: a real reconversion with a “taste” of revolution. Of course, the ecological challenge must go hand in hand with the digital challenge, another pillar of post-pandemic recovery.

Our culture of the natural environment must change because we are part of it. By taking care of the environment, first of all respecting it and repositioning our limits within the limits of nature (resources, such as water, are not infinite), we take care of ourselves, of our own life, of our own survival. Ecology is part of the larger process of integral ecology.

Thanks to ecological reconversion, our economies are radically changing. There are many investments for the circular economy and for sustainability. All this, accompanied by digital transformation, if it will bring new productions and new works at the same time it will put in crisis activities with a no longer possible environmental impact. The ruling classes, then, will have to ask themselves the question of how to protect those social classes that will be affected by the massive, and necessary, process of reconversion.

On this point, the economic and the social meet: and it must be a meeting that lays the foundations for new futures, that includes and does not exclude, that cooperates as well as competes, that truly lays the foundations for a “glocal” vision of history, participatory and sustainable.

We work to discover the emerging opportunities, the other side of the present risk.