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Marco Emanuele Opera Aperta

Sospesi in ricerca (Marco Emanuele)

Sono così minacciose tutte le tecnologie del virtuale ? L’intero cammino verso l’intelligenza artificiale finirà per svalutare il valore della persona, riducendola a pura meccanica ? O, invece, saranno i valori dell’uomo a indurre la scienza ad aprire nuovi fronti grazie alle conquiste tecnologiche ? (Carlo Maria Martini, Le cattedre dei non credenti, 2015)

Una delle più grandi lezioni delle mie esperienze è che il ritorno della barbarie è sempre possibile. Nessuna acquisizione storica è irreversibile (Edgar Morin, Lezioni da un secolo di vita, 2021)

L’attenzione responsabile di tutti deve rivolgersi al mondo che stiamo costruendo. Consideriamo l’evoluzione della innovazione tecnologica, ed è importante dirlo fin da subito, il fattore che ha posto e continuerà a porre in metamorfosi ciò che siamo, le relazioni sociali, la politica internazionale.

La transizione nel processo che viene chiamato Quarta Rivoluzione Industriale, così come nella urgente e inevitabile transizione ecologica, è tutt’altro che neutra.

Un primo accenno sulla non neutralità della transizione che stiamo vivendo riguarda il mondo del lavoro: se, attraverso i due pilastri del recovery post-pandemia (trasformazione digitale e transizione ecologica), si creeranno nuovi lavori, come già avviene, molte persone non avranno le competenze e la forza per ricollocarsi nei nuovi settori (non si hanno venti o trent’anni tutta la vita e non basta dire “formazione permanente” per risolvere il problema). Altrettanto, nella necessità di conservare forme di sussidio pubblico per le fasce povere o che si ritrovano tali (ricordiamo l’impennata delle disuguaglianze, problema antico), non tutti coloro che sono in difficoltà accetterebbero nel medio-lungo termine una vita a spese dello Stato (senza trascurare il fatto che, siccome lo Stato siamo noi, sarebbe anche a spese nostre): il lavoro è dignità ed è soprattutto lavorando che si acquisisce rilevanza personale e sociale (riconoscimento).

Se ha senso, in una fase storica così delicata e in non pochi casi drammatica, un reddito universale di base, esso non può “sposarsi” con la fine del lavoro: se è vero che essere imprenditori di se stessi (frase parecchio utilizzata nell’era della gig economy e a “doppio taglio”) può aiutare a vivere meglio in termini di auto-organizzazione e di indipendenza, tale condizione non può essere posta come universale e valida per tutti. Altresì, per riconvertire i nostri sistemi, si è scelta la strada dell’aumento del debito: pur trattandosi di “debito buono”, cosa ne pensano le generazioni che dovranno pagarlo ?

In questo contesto di transizione bisogna rispettare le piazze della rabbia, nella stragrande maggioranza dei casi espressa in maniera pacifica, così come il mare sempre più esteso dell’astensionismo. La flessibilità necessaria nei tempi che viviamo, parecchio predicata, è troppo spesso praticata come precarietà. Molti, e non solo chi subisce la precarietà, notano questa deriva pericolosa. Riteniamo che le piazze (qualunque sia il tema preso a prestito) rappresentino una legittima voglia di riconoscimento. Allo stesso modo, chi si astiene dal voto vuole lanciare un messaggio ai “politici”: noi ci siamo, siamo qui, siamo coloro che vi permettono di sedere nelle istituzioni. Questo bisogno di riconoscimento è decisivo in democrazia ed è la parte non visibile (finché non diventa rabbia espressa nelle piazze o non voto espresso alle elezioni) della nostra convivenza: è ciò che non possiamo codificare o misurare ma c’è e agisce nel profondo. L’astensionismo, naturalmente, erode la qualità della democrazia: chi rappresentano gli eletti ?

Qualcuno crede veramente che i mega-summit in stile G20, e altri, possano cogliere e risolvere le profonde implicazioni date dalle velocissime e radicali trasformazioni della realtà ? Il loro sguardo è troppo alto, a loro appartiene il “globalismo” e sembrano non interessare le complessità dei mondi che, contemporaneamente, evolvono e involvono (1).

Qui affrontiamo una questione che non può essere razionalizzata linearmente. La condizione umana, complessa e incerta, è un vaso di coccio tra i vasi di ferro rappresentati da tutto ciò che viene definito come risolutivo, prima di tutto la tecnologia come “spirito dei tempi”. Una tecnologia che, se è importante e in molti casi decisiva, non può essere trattata alla stregua di una fede religiosa, avulsa dalla realtà “carne e sangue” (2). La tecnologia è parte integrante del “fare umano”, come sostiene Cabitza (2021) (3). L’uomo è al centro, sempre, nel bene e nel male.

Concordiamo con Crawford (2021) che, scrivendo di intelligenza artificiale (machine learning), sostiene come essa sia fondamentalmente politica (4). Tale natura politica dell’IA, val bene ribadirlo, esiste nell’uso che l’uomo ne fa. Non tutto ciò che appartiene al “creato” può essere codificato in un algoritmo: occorre tornare, in sostanza, all’esercizio di responsabilità nelle complessità della vita-di-realtà.

L’aggettivo “politico” va qui letto in un doppio significato. Il primo è dell’innovazione come tassello del mosaico dell’attività umana, che nasce in ciascuno di noi. Parlare di tecnologia come di un’attività che non ci riguarda è profondamente sbagliato perché l’innovazione, il guardare oltre, il ri-creare realtà è qualcosa che da sempre appartiene alla vita umana. Negare questo significherebbe negare non tanto la natura politica, progettuale, dell’uso della tecnologia quanto la natura politica di ogni uomo (siamo soggetti storici o soggetti alla storia ?).

Per quanto riguarda il secondo significato dell’aggettivo politico, non vi è dubbio che, attraverso le tecnologie, si sviluppi un vero potere e che l’uso delle tecnologie ponga in metamorfosi il potere classicamente inteso. Crawford (2021) scrive dell’impulso colonizzatore che colloca il potere al centro del campo dell’IA: determina in quale modo il mondo viene misurato e definito e allo stesso tempo nega che questa sia un’attività intrinsecamente politica.(5). Questa negazione è il riconoscimento che la natura politica dell’IA c’è, ed è del tutto umana, sulla base di paradigmi (umani) che superano quelli della politica che conosciamo e li sostituiscono con altri (sempre umani).

Invochiamo il pensiero critico: se il pensiero lineare si limita a seguire la realtà superficialmente e in termini causali, di fatto abdicando a pensare, il pensiero antagonista fa il gioco dell’ “avversario” che vorrebbe contrastare. Ci vuole pensiero critico per analizzare fenomeni come, a esempio, quello del legame crescente tra autorità dello Stato e innovazione tecnologica: quel legame, che forma gli Stati tecnocratici (autoritarismi di fatto, Cina e Russia docet) non è forse gemello di quello che tiene insieme autorità statuale e religione negli Stati teocratici ?

Se, come alcuni sostengono, siamo dentro una palingenesi, se la pandemia può essere utilizzata come occasione per immaginare e costruire nuovi paradigmi e percorsi esistenziali a opera di una élite di “sapienti illuminati”, cosa ne è della nostra responsabilità ?

Preso atto che l’innovazione tecnologica è la cifra del nostro tempo, è possibile ri-connettere innovazione e convivenza ? Riteniamo di sì perché la tecnologia non nasce fuori di noi ma appartiene al nostro bisogno e alla nostra volontà di essere-di-più, pienamente.

L’innovazione nasce nelle e dalle nostre tradizioni che, se vanno aggiornate, non possono essere cancellate. L’identità è un dato ineliminabile anche se è un pericolo considerarla come fissa e immutabile: occorre, à la Morin, viverla come plurima, una e molteplice (6). In sostanza, vivere l’innovazione significa vivere le tradizioni dinamicamente come processo umano che-si-fa. Operare mediazioni tra innovazioni e tradizioni è un tema strategico del nostro tempo: perché la progettualità nasce integrando ciò che siamo stati in ciò che saremo e questo, oltre ad aprirci a futuri inattesi, genera conflitti.

Cerchiamo e creiamo la tecnologia per implementare la nostra intelligenza: da quando esiste l’umanità, è del tutto normale. Altra cosa è prendere atto che sempre altri esseri umani (una piccola minoranza), attraverso il potere dato loro dalla produzione di tecnologie emergenti e “disruptive”, contribuiscono a delineare forme di controllo di massa spesso agite in modo apparentemente non invasivo, sotterraneo, di risposta a bisogni sempre crescenti (e indotti) dell’uomo stesso. Altro aspetto da considerare è – come si diceva prima – quando il potere politico-istituzionale si somma a quello tecnologico in regimi autoritari che non considerano come loro priorità le libertà e i diritti dei cittadini. Si pensi, solo a esempio, a quanto scrive Crawford (2021) sul fatto delle profonde interconnessioni tra il settore tecnologico e quello militare che sono attualmente al servizio di una agenda politica fortemente nazionalista.(7) E’ o non è politico tutto questo ?

Nella realtà sospesa tra questioni globali, grandi summit, innovazione accelerata, da un lato, questioni sociali sempre più profonde e “svuotamenti” democratici, dall’altro, urge – a nostro giudizio – ri-trovare (trovare continuamente) prossimità e partecipazione (parole da ri-pensare). Se servono politiche adeguate nella transizione da un mondo a un altro, diverse in ogni realtà date le complessità di ogni contesto, lavorare nella prossimità e nella partecipazione significa accogliere in un rinnovato pensare/agire politico ciò che è informale e non misurabile ma del tutto sostanziale (dentro, e al di là, di ciò che è codificato e misurabile) (8). Non solo scrivo di pensiero critico ma anche di pensiero complesso.

La complessità riguarda anzitutto ogni essere umano, ciascuno di noi. Occorre affrontare, vivendo la scommessa dell’essere umano nella grande metamorfosi che produciamo e nella quale siamo immersi, l’ambivalenza in noi stessi, con gli altri e nella realtà che contribuiamo a modellare (9). La realtà è il nostro specchio, anche se (ce) lo neghiamo quando analizziamo fenomeni brutali che toccano le corde sensibili e profonde del nostro sentimento umano. In ogni fenomeno di realtà, esattamente come in ciascuno di noi, bene e male si com-penetrano. L’umano non è né buono né cattivo, è complesso e versatile, scrive Morin (2021) (10).

Siamo sospesi in ricerca. Il che non significa dire che siamo precari, anzi. Significa, semmai, prendere atto che mai siamo compiuti, definitivamente realizzati. Ogni nostra vita è un cammino e, se possiamo auspicare una direzione, altrettanto non siamo certi che essa si compirà. Il nostro tempo ci mostra quante dinamiche interagiscano, si rafforzino e si annullino in un processo sempre più accelerato (11).

Dicevamo del pensiero critico. Necessario per non bloccare il processo virtuoso di ricerca, il pensiero critico parte dall’assunto della realtà-in-noi. Se noi apparteniamo alla realtà e la realtà ci appartiene, il pensiero critico è, anzitutto, pensiero auto-critico. Occuparci della realtà è occuparci di noi. Qui torna, con tutta evidenza, il tema della responsabilità.

Essere sospesi in ricerca è una condizione nobile perché significa operare progressivamente la ri-congiunzione in noi della realtà. Il pensiero antagonista, quello che separa nettamente “noi buoni” da “loro cattivi”, è frutto del pensiero separante. Alzando il livello dello scontro tra identità assolutizzate abbiamo progressivamente scavato solchi profondissimi tra noi e gli altri, tra la nostra e le altrui civiltà, tra la nostra e le altrui etnie. Così facendo, a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ci ritroviamo in un mondo pieno di muri culturali e fisici: l’ottimismo di allora si è frantumato lungo le strade impervie della storia.

Dobbiamo accogliere l’essere sospesi in ricerca come lo stato naturale dell’umanità-in-cammino. In ogni istante, infatti, siamo chiamati a vivere il “vincolo” che ci lega a ogni altro e alla realtà nel suo complesso. Con la responsabilità, ecco la libertà. Sembrerà strano a qualcuno ma la libertà è proprio nel vincolo dell’inter-in-dipendenza: siamo liberi se siamo dipendenti, tutt’uno del/nel tutto-di-realtà.

Così, liberi nell’inter-in-dipendenza, possiamo conoscere. Nella realtà, e progressivamente dobbiamo esserne consapevoli, siamo chiamati responsabilmente a conoscere vivendo il vincolo che ci rende liberi: è prendere atto che siamo parte di un destino planetario che ci comprende e che contribuiamo a formare. Questa prospettiva progettuale, di unità nella diversità e di diversità nell’unità, non elimina il conflitto ma valorizza le differenze cercando sintesi continue di mediazione e di dialogo.

Ci muoviamo tra opportunità e rischi, tra prevedibilità e imprevedibilità, nell’imprevisto: la vita è questo e, nella vita, contribuiamo a ri-creare la realtà, innovando (12).

Abbiamo cercato, negli ultimi trent’anni, di cancellare la nostra natura sospesa, aperta all’imprevisto e all’errore (13), cercando di costruire un mondo a misura di certezze assolutizzate. Non abbiamo più maturato visioni progettuali, limitandoci a dichiararci favorevoli alla “storia di qualcuno” spacciata come universale o ponendoci contro di essa in maniera antagonistica. In questo abbiamo progressivamente separato il mondo tra asse del bene e asse del male esacerbando il naturale conflitto tra differenze nell’arena globalizzata che, se da una parte ha contribuito ad “aprire” il mondo e il nostro destino, dall’altra ha portato il rischio dell’appiattimento e della omologazione delle culture su un’unica cultura.

Il contenuto della nostra ricerca è la maturazione di un giudizio storico sulla realtà in evoluzione. Qui si vuole uscire dalla logica narrazione/contro-narrazione e concentrarsi nella profondità e nella inter-in-dipendenza dei processi storici. In questo primo contributo sono emersi alcuni temi e altri, nel corso di una riflessione aperta, emergeranno e s’imporranno. Non possiamo prevederlo ora e neppure blindare la ricerca in uno schema pre-determinato.

Il giudizio storico è dinamico. Ci domandiamo, tornando all’inizio, quale mondo stiamo costruendo. E lo facciamo con tre categorie per noi decisive: la transdisciplinarità (nessuna singola disciplina può spiegare il Tutto); la transgenerazionalità (nessun contributo può andare perduto e ogni età garantisce visioni preziose, dalla passione all’esperienza e ritorno); una ragione aperta e a-dogmatica.

Ci muoviamo nel giudizio storico con un monito chiaro di Morin (2021), che condividiamo: La storia umana è relativamente intellegibile a posteriori, ma sempre imprevedibile a priori (14).

Abbiamo bisogno di lavorare in un “progetto di civiltà”, nutrendoci di giudizio storico come l’attività umana che alimenta prospettive sistemiche di senso e di significato per l’azione. La sistematicità è decisiva perché le dinamiche storiche, le grandi sfide e le possibili soluzioni sono profondamente interrelate. Solo uno sguardo critico, complesso e “incarnato” in ogni realtà e nella realtà planetaria può aiutarci.

Tentare di fare tutto questo attraverso l’occhio della innovazione tecnologica è una sfida-nella-sfida.

Note:

  1. Edgar Morin, Lezioni da un secolo di vita, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2021, pp.118.119: Ciò che mi è parso sempre più chiaramente con il tempo è che, nell’universo fisico e biologico, le forze di associazione e di unione si combinano con quelle di dispersione e di distruzione.

  2. Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, il Mulino, Bologna 2021, p.16: (…) l’IA è insieme pratiche tecniche e sociali, istituzioni e infrastrutture, politica e cultura. La ragione computazionale e il lavoro incarnato sono profondamente interconnessi: i sistemi di IA riflettono e producono relazioni sociali e comprensioni del mondo.

  3. Federico Cabitza in Luciano Floridi, Federico Cabitza, Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine, Bompiani, Firenze-Milano 2021, p.15. Concordiamo in pieno con l’Autore (op.cit., p.34) quando scrive: Spostare l’intelligenza della IA fuori da se stessa, cioè fuori dai propri codici o algoritmi, per riconoscerla dentro ai compiti in cui è coinvolta, è una mossa apparentemente da poco, ma in realtà decisiva.

  4. Kate Crawford, op.cit., p.17: Per capire come l’IA sia fondamentalmente politica, dobbiamo andare oltre le reti neurali e il riconoscimento di modelli (pattern recognition) per chiederci invece che cosa viene ottimizzato, per chi e chi è che decide. Crawford (op. cit., p.26) delinea perfettamente la “concretezza politica” dell’IA: L’intelligenza artificiale può sembrare una forza spettrale, come un calcolo disincarnato ma questi sistemi sono tutt’altro che astratti. Sono infrastrutture fisiche che stanno rimodellando la Terra, modificando contemporaneamente il modo in cui vediamo e comprendiamo il mondo.

  5. Kate Crawford, op.cit., p.19. Continua l’Autrice (op.cit., p.19): (…) possiamo comprendere meglio il ruolo dell’IA nel mondo cercando di conoscere le sue architetture materiali, i suoi ambienti contestuali e le sue politiche prevalenti, tracciandone i reciproci collegamenti. Crawford, nello spiegare il senso del libro, sottolinea la natura politica dell’IA con queste parole (op.cit., p.20): Si tratta (…) di una visione più ampia dell’intelligenza artificiale vista come industria estrattiva. La creazione dei sistemi di IA attuali è strettamente legata allo sfruttamento di risorse energetiche e minerarie del pianeta, di manodopera a basso costo e di dati su amplissima scala.

  6. Edgar Morin, op.cit., p.36: Il rifiuto di un’identità monolitica o riduttiva, la coscienza dell’unità/molteplicità (unitas multiplex) dell’identità, sono delle necessità di igiene mentale per migliorare le relazioni umane.

  7. Kate Crawford, op.cit., p.24. Continua l’Autrice (op.cit., p.25): Le logiche militari che hanno modellato i sistemi di IA fanno ora parte delle pratiche lavorative delle amministrazioni locali e stanno ulteriormente distorcendo le relazioni tra stati e individui.

  8. Edgar Morin, op.cit., p.62: La degradazione della qualità della vita risulta dal primato del quantitativo nell’organizzazione della nostra società, quindi delle nostre vite, in cui il calcolo tratta come oggetto misurabile tutto ciò che è umano e, cieco, a tutto ciò che è individuale, soggettivo e passionale, vede solo il PIL, statistiche, sondaggi crescita economica.

  9. Mauro Ceruti, prefazione a Edgar Morin, op.cit., p.12, scrive della scommessa di Morin: La sua scommessa è una scommessa sull’uomo, sulla scienza, sulla ragione, che gli fa comprendere che è necessario agire nell’incertezza e nel rischio che corrono tutti i nostri valori, e che lo porta a riconoscersi nella “religione di ciò che lega”, nella religione di fraternità che appunto “implica un’inevitabile scommessa sull’uomo”, nutrita dall’”attaccamento indefettibile alla razionalità” e dalla “coscienza del grande Mistero in cui sfocia la più grande conoscenza”. Il racconto che emerge dalle lezioni di un secolo di vita non è però quello di una fratenità irenica o idealizzata. La fraternità non può essere imposta da norme, come in qualche misura possono esserlo la libertà e l’uguaglianza. La sua fonte, riflette, non può che essere nel bisogno dell’”io”, che per fiorire ha bisogno di un “noi” e di un “tu”. Ma questo bisogno insopprimibile non toglie che l’ambivalenza segni costantemente la fraternità. Scrive Morin (op.cit., p.78): (…) il substrato di razionalità che si trova in sapiens, faber, oeconomicus, costituisce solo un polo di ciò che è umano (individuo, società, storia), mentre appaiono per importanza quantomeno uguale la passione, la fede, il mito, l’illusione, il delirio, il gioco.

  10. Edgar Morin, op.cit, p. 82

  11. Edgar Morin, op.cit., p.36: Sono il prodotto di eventi e di incontri improbabili, aleatori, ambivalenti, sorprendenti, inattesi. E nello stesso tempo sono Me stesso, individuo concreto, dotato di una macchina ipercomplessa auto-eco-organizzatrice che è il mio organismo, macchina non banale, capace di rispondere all’inatteso e di creare dell’inatteso. Il cervello dà a ciascuno la mente e l’anima, invisibili al neuroscienziato che analizza il cervello, ma emergenti in ogni umano nella sua relazione con l’altro e con il mondo.

  12. Edgar Morin, op.cit., p.48: La vita per ogni essere umano è a partire dalla nascita imprevedibile, poiché nessuno sa cosa ne sarà della sua vita affettiva, della sua salute, del suo lavoro, delle sue scelte politiche, della durata della sua vita, dell’ora della sua morte. Ciò che non dobbiamo mai dimenticare è che se siamo macchine, siamo soprattutto macchine non banali. La macchina banale è la macchina artificiale, quella che noi fabbrichiamo, della quale conosciamo il comportamento a partire dai programmi che la comandano. L’essere umano, invece, non agisce sempre in modo prevedibile, specialmente nella sua capacità di innovare, di creare e, tramite ciò, di apportare dell’inatteso. Continua l’Autore (op.cit., p.52): L’incertezza e l’inatteso devono essere integrati nella Storia umana. (…) La sorpresa dell’inatteso non deve essere anestetizzata. Essa deve al contrario stimolarci a comprenderlo, a pensarlo e a portarci, non a prevederlo, ma almeno ad aspettarselo.

  13. Edgar Morin, op.cit., p.122: (…) il rischio di errore e di illusione è permanente in ogni vita umana, personale, sociale, storica, in ogni decisione e azione, perfino in ogni astensione, e che può condurci a disastri. Continua l’Autore, op.cit., p. 126: La conoscenza non si costruisce senza il rischio di errore. Ma l’errore gioca un ruolo positivo quando è riconosciuto, analizzato e superato. “La mente scientifica si costituisce su un insieme di errori rettificati”, scriveva Bachelard. (…) L’errore è inseparabile dalla conoscenza umana poiché ogni conoscenza è una traduzione seguita da una ricostruzione.

  14. Edgar Morin, op.cit., p.129

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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Giudizio storico in cammino. L’acqua sporca e il bambino (Marco Emanuele)

Non confondiamo le cose. La transizione ecologica e la trasformazione digitale sono l’una una necessità storica impellente (è ormai assodato che il pianeta è in pericolo) e la seconda una straordinaria possibilità per rendere davvero migliori le nostre vite. Guardare solo al lato negativo di questi processi è sbagliato: infatti, se nessuno nega che quella transizione e quella trasformazione avranno impatti importanti sui mercati del lavoro, qui si considera fondamentale avere un Governo Politico dei processi. Tutte le riconversioni e le tutele che occorre e che occorrerà mettere in campo non annullano la bontà di scelte strategiche epocali.

Perché insisto con il tema del ri-pensare (pensare continuamente) la Politica ? La metamorfosi del mondo, evidenziata nella velocità e nella radicalità dei cambiamenti, è fondata sulla flessibilità. Se guardiamo alla innovazione tecnologica, ciò che possiamo scrivere oggi su una soluzione tecnologica o su una tecnologia emergente sarà certamente vecchio in pochissimo tempo. È per questo che urge lavorare sui fondamenti, portando la flessibilità della metamorfosi in atto (che continuerà) nella natura della Politica: il che non significa snaturare la politica ma renderla progressivamente adeguata alle metamorfosi della storia.

Ilaria Bifarini (op.cit., p.129) scrive: I nuovi mercati di domani sono nicchie di innovazione tecnologica e socio-istituzionale nate all’interno degli attuali sistemi economici, che hanno il potenziale di rimodellare i paradigmi consolidati di economie. Per trasformare e accompagnare le economie nella ripresa post-Covid, i governi e le imprese dovranno combinare innovazioni tecnologiche e socio-istituzionali rivoluzionarie.

Occorre leggere questa sintesi in chiave di pensiero complesso e critico. Il tempo che stiamo vivendo ci offre la straordinaria possibilità, utilizzando le nostre intelligenze, di lanciare un messaggio molto più forte di quello, rispettabile ma non efficace, delle piazze agitate. I moderati, che sono la maggioranza, dovrebbero uscire dall’astensionismo mettendo in campo la loro responsabilità progettuale e progettante e ritrovare le ragioni di un impegno. Occorre riconvertire la rabbia e l’indifferenza in un progetto storico, in un progetto di civiltà.

Ciò che ha scritto Bifarini, se interpretato in logica antagonista, aprirebbe scenari inquietanti: non escludendoli, il messaggio che si vuole dare è che è possibile individuare soluzioni che tengano insieme innovazione-qualità dei processi democratici-coesione sociale. Occorre ripartire dal Governo Politico delle città e dei servizi essenziali per i cittadini, primi fra tutti la salute e la scuola.

Ho sempre cercato, prima in attività di volontariato nell’ambito della cooperazione internazionale e poi in attività di docenza, di porre in evidenza come il pensiero antagonista giochi a favore del sistema che si vorrebbe sfidare. Non vi è dubbio che, negli ultimi trent’anni della nostra storia, si siano poste le basi per un mondo in stile Grande Reset e la pandemia, per alcuni, è stata la grande possibilità per fissare il tema. Ora tutti insieme abbiamo una grande occasione: dare una rinnovata anima critica, Politica, ai processi storici.

Si aprono nuovi mercati, è chiaro (nota n.1). Diventa decisivo ri-congiungere tali mercati-in-evoluzione con i sistemi politico-istituzionali e i sistemi sociali (le disuguaglianze sono il tema del millennio). Per non rischiare di buttare il bambino con l’acqua sporca, rischiando di non cogliere le straordinarie opportunità offerte dal tempo che viviamo, occorre ri-vitalizzare, dare nuova vita, all’anima Politica della con-vivenza. Si è capito, infatti, che i player tecnologici proseguono nel loro cammino incessante mentre la Politica arranca: in aggiunta, se si vuole difendere la democrazia, occorre criticare i sistemi autocratici che si pongono come Stati tecnocratici (offrendo lo stesso rischio degli Stati teocratici) e aumentare il livello d’impegno, di visione e di dialogo nelle democrazie liberali. L’unico modo per difendere la democrazia è ri-lanciarla lavorandoci dentro, recuperando il suo profondo: c’è una evidente questione democratica da affrontare.

Nella prospettiva qui evocata, il lavoro in democrazia è molto più lungo e articolato che in altri sistemi. La mia riflessione paga il prezzo di un quadro di riferimento da ri-costruire e, soprattutto, è infinitamente più fragile rispetto alle posizioni di chi esprime assoluta certezza nel futuro (chi immagina il futuro del mondo come una categoria da “fine della storia”), di chi è indifferente, di chi adotta il pensiero antagonista. Ma la sfida è troppo grande e delicata per fermarsi.

Se si sostiene che il pericolo del Grande Reset è nella cancellazione delle differenze (si vorrebbe un mondo omologato), il lavoro in democrazia è necessario. Qui entra in gioco il tema del “glocale”. Ciò che chiamiamo globalizzazione, l’interrelazione sistemica planetaria (secondo alcuni in fase di arretramento), lascia aperto un grande spazio di azione: “colorare” delle infinite differenze dei mondi un processo top-down che, per natura, domina e controlla e, soprattutto, non libera le identità in chiave progettuale. Queste identità, represse o addirittura cancellate, inevitabilmente si rivoltano contro, cercano possibilità di auto-determinazione, vogliono recuperare un ruolo storico che, a oggi, è sostanzialmente negato.

In democrazia, la tanto evocata distanza tra i cittadini e le istituzioni si forma laddove lo Stato opprime le differenze. L’auto-determinazione prevede l’auto-organizzazione, una sorta di “federalismo progettuale”. L’occasione storica del recovery post-pandemia può aiutarci a ri-pensare per ri-costruire processi democratici secondo complessità e progettualità.

Note:

  1. Ilaria Bifarini (op.cit.,pp.131-132): E’ stato stimato che la genomica costituirà un mercato di 35,7 miliardi di dollari entro il 2024. Negli ultimi cinque anni gli ambiti di applicazione si sono moltiplicati: non solo terapie migliori e più precise in base al codice genetico e alle potenziali reazioni farmacologiche, ma anche consulenza genetica rivolta direttamente ai consumatori, gene-editing per correggere le mutazioni e, al di fuori delle scienze della vita, l’utilizzo del DNA per le applicazioni informatiche per archiviare molti più dati in minore spazio o la genetica come identificazione biometrica per sistemi di sicurezza più evoluti. (…) Altro mercato cruciale sarà chiaramente quello dei big data, considerati il nuovo petrolio. Secondo gli analisi del Forum (World Economic Forum), i meccanismi attraverso i quali vengono attualmente scambiati lasciano troppi volumi di dati generati inutilizzati, che vanno valorizzati.
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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Giudizio storico in cammino. Profitti silenziosi e antagonismi rumorosi (Marco Emanuele)

Questa riflessione è, nei fatti, un cammino nel “progetto di civiltà”: perché esso vive nella vita, considera le dinamiche che ci percorrono ed è partecipato dai nostri talenti e dalle nostre contraddizioni. Si tratta di una riflessione aperta e tutta da con-dividere.

Maturare giudizio storico significa ri-prendere (prendere continuamente) consapevolezza del mondo che siamo e in cui siamo. In termini di meta-contesto, possiamo dire di trovarci nella Quarta Rivoluzione Industriale. Ciò che è certo è che mai nessuna fase della storia umana si è caratterizzata per tali velocità e radicalità. Scrive Ilaria Bifarini (Il grande reset, Milano, 2021, p. 88): Come ha affermato con toni entusiastici Satya Nadella: “Abbiamo assistito a due anni di trasformazione digitale in due mesi”.

Altresì, sostiene Bifarini, l’economia dei ricchi e dei super ricchi non si ferma, le disuguaglianze (comunque consustanziali ai sistemi di mercato e problema ben presente da alcuni decenni a livello globale) crescono e le grandi ricchezze si concentrano. Nota l’Autrice (op.cit., pp 98-99): Come emerge da un rapporto della banca svizzera Ubs, da aprile a luglio 2020 gli ultra miliardari hanno aumentato il proprio reddito del 27,5%, portando la loro ricchezza a 10,2 trilioni di dollari, superando il precedente picco di 8,9 trilioni di dollari registrato a fine 2017. Anche il numero dei super ricchi è salito, raggiungendo il record di 2.189, rispetto ai 2.158 del 2017. A incrementare ulteriormente i loro patrimoni stellari ha inciso molto la scommessa sulla ripresa dei mercati azionari, che hanno toccato il loro punto più basso durante il lockdown di marzo e aprile per poi rimbalzare, compensando gran parte delle perdite. Come spiega al “The Guardian” Josef Stadler, manager di Ubs, i miliardari sono stati abili a trarre vantaggi dalla crisi: “non solo hanno cavalcato la tempesta al ribasso, ma hanno anche guardagnato sul rialzo”. È interessante, con Bifarini (op.cit., p.101), notare quanto segue sulla concentrazione della ricchezza: Secondo gli esperti della UBS, la concentrazione della ricchezza

oggi è di nuovo ai livelli del 1905, quando negli Stati Uniti famiglie come Carnegie, Rockfeller e Vanderbilt controllavano vastissime fortune. Al tempo a dominare erano petrolio e acciaio, oggi c’è l’industria del digitale e della farmaceutica.

La pandemia ha acceso una luce fortissima sulla potenza dell’economia digitale, giustamente ponendo la transizione digitale come uno dei pilastri strategici, insieme alla trasformazione ecologica, per il mondo post-pandemia. Coloro che si pongono contro tutto questo sottolineano, ad esempio guardando all’Italia, che la guerra al “nanismo” economico condotta dai protagonisti della Quarta Rivoluzione Industriale a danno delle micro-piccole-medie imprese rappresenti un colpo mortale ai fondamenti del nostro sistema economico. Questo è un tema estremamente interessante con il quale fare i conti. Ma non serve l’antagonismo per comprendere le ragioni di chi sembra essere sul versante perdente della storia: ci vuole realismo critico.

La corsa dell’economia digitale, complice la pandemia e le chiusure forzate, si è sviluppata considerevolmente e senza particolare “attenzione etica” a quanto accadeva a livello sociale, anzi facendone un dato di business. Uso una espressione così radicale perché, particolarmente nella fase di lockdown, si è esponenzialmente diffuso il disagio e sono proporzionalmente aumentati i profitti (nota n. 1).

Non vi è dubbio che nei tempi delle restrizioni, nella paura reale e/o costruita dai media, le persone abbiano cercato di evadere da una “galera” informativa che li appiattiva sul binomio pericolosità del virus-uscita dal virus. Se ci fermiamo un attimo a pensare quanto i media abbiano lasciato spazio a qualcosa che non fosse il Covid ci rendiamo conto che resta ben poco: e il resto, a ben guardare, era – ed è – praticamente invaso dal “pettegolezzo” politico. In aggiunta, senza contatto fisico, si è scatenata una rabbia che ha trovato sfogo sia nei dibattiti allucinanti dei talk televisivi (sempre gli stessi ospiti, quelli che – qualunque parte rappresentassero o rappresentino – provocano la rissa) e soprattutto nei social. In termini di giudizio storico, mentre i pochi continuano a guadagnare, è il pensiero antagonista (lasciato alle maggioranze “vinte”) che continua a trionfare. Insomma, i tantissimi che incarnano il pensiero antagonista fanno il gioco dell’avversario. Ho molti dubbi che tutto questo (paura, rabbia, miseria del dibattito pubblico) scompaia con la pandemia: si tratta, infatti, di qualcosa che ci appartiene e ci riguarda.

Vediamo le piazze che si agitano, molto spesso prendendo a pretesto decisioni del governo che, a sensazione di chi scrive, non meriterebbero troppa agitazione sociale. Occorre, invece, cercare di comprendere la ragione politica di quelle piazze: al di là delle strumentalizzazioni a opera di frange estreme (fenomeno antico), si tratta di piazze del disagio, composte da persone che sentono di trovarsi in una fase storica in cui è tolta loro la possibilità di essere soggetti di Politica, ritrovandosi a essere soggetti alla politica di pochi. Esplode, in sostanza, il bisogno di rappresentanza, ciò che la pandemia ha soltanto aggravato, e di proteggere il proprio futuro e quello delle proprie famiglie. Tutto questo, va da sé, si lega con l’astensione dilagante: alle ultime elezioni amministrative nei Comuni più importanti d’Italia abbiamo sentito il silenzio assordante di chi urlava la propria indifferenza a un sistema che non garantisce effettiva cittadinanza. Le persone non si fidano delle classi dirigenti (non solo politiche) perché sentono che queste fanno un altro gioco, certamente non il loro.

Se Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, sostiene che occorre ripensare il capitalismo, qui – molto più umilmente – si sostiene che occorra ri-pensare i paradigmi della Politica, a oggi ancora legati a un mondo che non c’è più. Le piazze che richiamavo nel paragrafo precedente, infatti, lottano contro un “nemico” che non riescono a definire, una sorta di nemico in perenne metamorfosi. Ebbene, è chiaro che siamo in una grande metamorfosi: ma non si può dare come soluzione il ripensamento di una faccia (a esempio, il capitalismo) del mosaico di realtà. Se quel ripensamento è necessario esso va inquadrato in un ripensamento più grande, complesso, sistemico, Politico. Senza questo, infatti, accadrà che le grandi corporation – come già avviene – si “truccheranno di etica” ma nulla toccherà i punti sensibili di un sistema malato nel profondo, malato politico: coloro che davvero comandano saranno più etici e il loro potere sarà salvo e accresciuto.

Intanto le piazze, in maniera semplicisticamente antagonista e senza ripensare la Politica, continueranno a contestare chi è sempre più sfuggente e potente.

Note:

(1) – Ilaria Bifarini, op.cit., pp. 104 e 105: Brian Solis, considerato uno dei massimi opinionisti ed esperti mondiali di new media, antropologo digitale “evangelista” dell’innovazione globale presso Salesforce, multinazionale attiva nelle tecnologie della Quarta Rivoluzione Industriale, ha rivelato come la dichiarata pandemia avrebbe dato vita a una nuova tipologia di consumatori, di grande interesse per il marketing e l’industria di produzione, ribattezzata generazione Novel, o N. Si tratta di un segmento di clienti emergente, che acquista on line ed è galvanizzato dagli effetti del Covid, emotivamente stressato, guidato dalla paura, dall’ansia e dalla preoccupazione. Le aziende dovranno concentrarsi sulla generazione N, per intercettare in che modo l’uso crescente e accelerato della tecnologia da parte dei consumatori influisca sulle loro preferenze, sui loro comportamenti e sulla routine. Queste intuizioni saranno fondamentali per guidare il brand, il prodotto e le strategie di mercato a essere più tempestive, pertinenti ed empatiche.

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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Verso un “progetto di civiltà” (Marco Emanuele)

Nel guardare all’ evoluzione del mondo colpito dalla pandemia, alcuni temi stanno in cima alle mie riflessioni. Non sono certo gli unici ma, cercando di individuare ciò che può fare la differenza, ragiono intorno:

  • alla metamorfosi del rischio;
  • all’impatto delle tecnologiche emergenti;
  • all’impatto del climate change;
  • alle metamorfosi del capitalismo verso una “nuova” economia;
  • allo “svuotamento” democratico;
  • alla rincorsa verso un “nuovo” ordine.

Si tratta, con tutta evidenza, di temi straordinariamente importanti e imprescindibilmente legati l’uno all’altro. La loro importanza e la loro interdipendenza costituiscono ciò che ci vincola a un pensiero complesso (che superi la linearità), sistemico (che superi la settorialità), critico (che superi la superficialità e gli antagonismi). Questo è il senso della ricerca che avvio oggi.

Siamo in un momento storico nel quale qualcuno potrebbe approfittare della pandemia per ricostruire un nuovo ordine ? La questione è affascinante ma, credendo in una visione progettuale della storia, preferisco lavorare sulla prospettiva di un “progetto di civiltà” ponendo l’umanità e il pianeta al centro. Una umanità e un pianeta certamente attraversati da una infinità di dinamiche create da noi e che, a ben guardare, rischiano di non essere più controllabili dalla intelligenza e dalla volontà dell’uomo.

Faccio fatica, per sensibilità e per ricerca personale, a utilizzare con facilità (come leggo molto spesso), l’aggettivo “totalitario”. Anche se, devo ammettere, in molte situazioni vedo l’avanzare di segni che richiamano quel pericolo. Se ne scrive molto riguardo all’utilizzo delle tecnologie. Se diciamo che la tecnologia non è neutra, il problema è la sua finalizzazione. Non esiste, dunque, una tecnologia buona o una tecnologia cattiva in sé e non si può dire, richiamando “linearmente” il totalitarismo, che sia l’avanzata tecnologica a rappresentare un pericolo bensì è l’uso che l’uomo può farne. In sostanza, tecnologia non fa rima con sorveglianza di massa.

Viviamo in un tempo, e questo è un dato che mi sembra incontrovertibile, nel quale la rabbia personale e sociale non viene canalizzata in un progetto storico. Essa, al contrario, viene esasperata e sfogata contro l’altro, di volta in volta individuando il bersaglio: che sia il migrante, il non vaccinato (o il vaccinato, a seconda dei casi), l’omosessuale, la multinazionale, il politico e quant’altri. Qui faccio una meta-considerazione non avendo alcun interesse a portare posizioni di parte o ad aderire ad alcuna parte.

La rabbia, in tal modo, diventa un’arma che, molto spesso, l’informazione spettacolarizzata (più spettacolo che informazione) e i social cavalcano e alimentano. E’ molto più facile rendere le opinioni delle Verità di Parte piuttosto che cercare parti di verità in ogni opinione e tentare un dialogo per costruire “giudizio storico”. Ecco, rispetto ai temi sopra richiamati, quelli che davvero cambiano la storia (e ogni nostra storia), c’è una trascuratezza sostanziale al posto della quale si scatena un dibattito superficiale e solo competitivo tra Opinioni-Verità. Ed è lasciando il vuoto intorno ai temi fondamentali che qualcuno lo riempie e se ne occupa: i progetti come il Grande Reset e/o i complotti dei quali si discute tra arrabbiati e delusi nascono dall’assenza della nostra responsabilità culturale e politica. E’ molto più comodo, infatti, lasciar fare a qualcuno per poi scatenarsi a criticarlo.

Se l’assenza di responsabilità è un tema perenne, e forse non del tutto risolvibile, ci sono momenti nella storia nei quali val bene esercitare un impegno adeguato. Quello che viviamo è uno di questi.

Per iniziare la ricerca, percorso del quale non vedo la fine, vorrei brevemente introdurre ciò che è, secondo me, un “progetto di civiltà”. Anzitutto, esso non è un progetto determinabile dall’inizio: è un processo complesso, sottolineando del progetto l’anima dinamica. Il “progetto di civiltà” è un cammino nel profondo della realtà, contraddittorio e incerto. E’ il tentativo di leggere le dinamiche del mondo “in progress” con l’occhio complesso, sistemico e critico.

Nel discutere un “progetto di civiltà” occorre avere la mente aperta e libera, capace di non escludere alcuno e alcunché dal proprio orizzonte di senso e di significato. Il male e il bene si com-penetrano in ciascuno di noi e nella realtà e, se le Opinioni non devono diventare Verità, ogni opinione va considerata e valorizzata laddove pone la possibilità di un confronto (anche aspro) e di un incontro per il dialogo.

Se un elemento decisivo del “progetto di civiltà” è la complessità, ne viene la tendenziale inclusione di ogni parte nel mosaico della storia. Siccome ogni particolare, nella realtà, non si integra perfettamente con ogni altro, con l’inclusione occorre operare mediazioni.

Le nostre società sono divise e sempre più disuguali. Ciò comporta esclusioni e prevaricazioni e, come alcuni sostengono, è il modello stesso che abbiamo impostato, e che non nasce con la pandemia, a porre le condizioni perché le divisioni e le disuguaglianze peggiorino. Se ci aggiungiamo il poco esercizio di responsabilità, di vivere responsabile, il gioco è fatto. Con inclusione e mediazione, una terza parola-chiave per un “progetto di civiltà” è coesione.

Circa trent’anni fa, con il crollo del muro di Berlino, il mondo ha cambiato equilibrio. E’ finito l’equilibrio bipolare.

Un dato che mi interessa portare nella ricerca è, a partire da quella grande speranza di libertà e di benessere per tutti, il punto in cui siamo oggi. Si pensava che la democrazia e il mercato avessero trionfato a livello globale; si pensava che sarebbe finita l’epoca dei muri; si pensava che il mondo si sarebbe pacificato. Tutti auspici che, forse esageratamente ottimistici allora, sono rimasti sostanzialmente tali.

Chi, come me, guarda a un “progetto di civiltà”, non può che essere realisticamente ottimista. E’ difficile, me ne rendo conto, ma è al contempo necessario: possiamo far tesoro degli errori commessi e provare, insieme, a fermarci per riflettere. Se, come si dice, con la pandemia nulla sarà più come prima, facciamo attenzione a che lo abbiamo detto, e scritto, tante altre volte: è davvero arrivato il tempo della responsabilità.

 

 

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Cronache Italiane Marco Emanuele

Cronache Italiane – Arresti democratici (Marco Emanuele)

Ciò che è successo ieri a Roma chiama tutti a ripensare la sostanza democratica. Condannare è il minimo che si possa fare ma, evidentemente, non basta più. Se è vero che parliamo di minoranze rumorose e violente (e anche organizzate), a Roma è andato in scena un problema ben più grande.

Le immagini di guerriglia urbana che abbiamo visto mi portano alla mente una riflessione che non può aspettare: la cara democrazia, infatti, è in evidente stato di de-generazione. Si è smarrita la basica capacità di dialogo, assolutizzata la parte di dialogo solo dialettica.

E’ venuto, anche se non è mai finito, il tempo degli intellettuali, di chi ha il dovere di porre in evidenza una direzione e di lavorare a condividere visioni di convivenza. Siamo, dicevo, nell’evidente radicalizzazione in una dialettica esasperata nella quale ciascuno porta e pone le proprie convinzioni come Verità. La democrazia, che porta dentro la sua de-generazione (la storia insegna), si sostiene in termini di diritti e libertà laddove condivide un dialogo non solo dialettico ma anche dialogale, profondo, effettivo.

Se tutti abbiamo il diritto di contestare il potere e le sue scelte, mai dimenticando che – in quanto cittadini – siamo potere, nessuno ha il diritto di farlo sopravanzando l’altro, spezzando l’equilibrio fragile della democrazia che è continua sintesi tra interessi diversi, anche divergenti: mediazione e progetto sono le parole-chiave del nostro vivere-in-comune.

Se condannare non basta più, è necessario riconvertire l’astensionismo in un lavoro progettuale, in una nuova stagione comunitaria d’impegno pubblico. Questo è un appello a tutti coloro che si sentono estranei alla politica. Attenzione perché, come si sa, in politica i vuoti non esistono: prima o poi, infatti, qualcuno li riempie.

 

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Cronache Italiane Marco Emanuele

Cronache italiane – Benvenuti al bar Italia (Marco Emanuele)

Il bar Italia è sempre aperto, attività ormai diventata esercizio di non-stile. Di fronte alla gravosità dei problemi planetari, che cascano senza bussare ai livelli nazionale e locale, buona parte delle nostre classi dirigenti è parte integrante di quella informazione-spettacolo che riempie gli schermi televisivi durante il giorno.

Tutto viene spiegato al popolo in termini semplificati e, così facendo, la complessità diventa arte da intellettuali, roba per pochi, e cessa di essere, nella comprensione diffusa, la natura della realtà. Le voci che vorrebbero portare la discussione dal superficiale al profondo non vengono ascoltate, se non in programmi di nicchia, e tutto si riduce a scontro tra parti che spacciano, ciascuna, la propria Parte per Verità.

La polemica è cercata, parte della strategia comunicativa. Poi ci sono i social, ormai diventati arene senza controllo nelle quali si affronta il problema fondamentale (ironicamente scrivendo …) se il governo Draghi sia il risultato di un complotto dell’Europa e/o di poteri forti stile Spectre di 007.

Mi si permetta di ridere se tutto questo non fosse una tragedia. Perché la pandemia, che ha aggravato problemi antichi, chiede il ripensamento di tutte le categorie che, ben prima di essa, avremmo dovuto lasciarci alle spalle. Forse qualcuno ricorderà che, circa trent’anni fa, cadde il muro di Berlino e si decretò la fine del mondo bipolare. Cos’hanno fatto, da allora, le classi dirigenti per cercare di stabilire un nuovo ordine “glocale” e non più solo globale ?

Nel frattempo si sono accresciute le disuguaglianze, il mondo si è incendiato di conflitti e tanti muri si sono elevati, i cambiamenti climatici ci pongono il problema di un agire senza ulteriori perdite di tempo, la rivoluzione tecnologica ha inciso e continua a incidere ponendo in metamorfosi le nostre esistenze.

Molta politica, intanto, discute del niente con grande passione. La trovi lì, al bar Italia, pronta a raccogliere un consenso che si erode sempre di più. La democrazia paga il prezzo di una visione sacrificata alla tattica: di fronte a tutto questo, per concludere, il popolo avrebbe bisogno di ritrovare il senso della storia. Ma gli esempi, ahimé, mancano.

 

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Cronache Italiane Marco Emanuele

Cronache Italiane – Draghi ai partiti: il messaggio è chiaro (Marco Emanuele)

EU flags waving in front of European Parliament building in Brus

Quando il Presidente del Consiglio, con quella faccia  un pò così … (citazione rubata al Maestro Conte), dichiara che l’attività del governo non segue il calendario elettorale, cosa ci sta dicendo ? Ci leggo il dire che, visti gli impegni presi con l’Europa per il post-pandemia, il governo deve andare avanti: lì, infatti, si costruisce la storia mentre il resto è cronaca.

Il post-pandemia rappresenta un mondo del tutto diverso dal precedente. Tutto è entrato in metamoforsi, dai problemi economici e sociali fino al linguaggio: chi si ostina a pronunciare parole antiche, addirittura novecentesche, è fuori dalla storia. L’andare avanti del governo incrocia anche un altro dato: nel post-pandemia, inevitabilmente si rafforza il ruolo degli esecutivi.

Ed eccoci al punto. Io non so se Draghi rappresenti una benedizione per il nostro Paese perchè, forse, la sua figura va studiata e compresa nel discorso più ampio della grande metamorfosi in atto a livello globale. Certamente, Draghi rappresenta una forma di governo che non può permettersi distrazioni, che deve seguire un programma chiaro e preciso, che non ammette sbavature.

Nel rafforzamento degli esecutivi, è interessante studiare il rapporto tra il governo Draghi (profondamente politico e profondamente tecnico …. a proposito, esistono governi che non siano politici ?) e le forze politiche che lo sostengono. Mi sembra, ogni giorno di più, il rapporto tra un padre autorevole e i propri figli: le forze politiche non sono morte, ciò che è morto è la politica come capacità dei partiti di raccogliere e di organizzare il consenso (si veda l’astensionismo …). Se la politica attuale è senza visione, tatticamente coinvolta ma strategicamente assente, la linea non può non venire da chi non ha il tempo, e forse nemmeno la voglia, di fermarsi a discutere.

 

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Cronache Italiane – La politica che non parla agli astenuti (Marco Emanuele)

Tacchino, Uomo, Pensiero, Attenzione, Lettura, Persona

Quando la politica parla a metà degli italiani è in ballo la sostanza della democrazia.  Nessun esponente politico sembra domandarsi “quanto valga” il consenso della propria parte; se, come sempre accade, nelle competizioni elettorali qualcuno vince e qualcuno perde, la riflessione andrebbe fatta sulla quantità (che diventa qualità) del voto stesso.

E’ sempre più chiaro che metà del Bel Paese non crede più nella politica che conosciamo. Se tante sono le ragioni, il distacco è evidente, la separazione è data. Abbiamo costruito il mostro della “società civile”, come se quella non fosse politica; e, invece, è proprio la società civile che sta facendo politica versus la politica di apparato.

Qui non si discute di qualche parte in particolare ma della classe politica nel suo insieme. Prima di altri poteri, è l’astensione che erode progressivamente la dignità delle classi dirigenti, sempre più personali. Sulla realtà, in metamorfosi per fatti suoi, la politica non incide; sui grandi processi storici, si pensi alla rivoluzione tecnologica, la politica rincorre, non anticipa, tappa i buchi. Manca la visione e chi è dall’altra parte (sempre a causa della scellerata separazione di cui sopra) lo capisce: la società civile (termine che uso per invitare tutti a dimenticarlo) sceglie di fare politica astenendosi. Si dirà che questo è il venire meno a un dovere civico ed è vero: ma, in fondo, la democrazia è anche auto-organizzazione, partecipazione in molti modi.

Per voltare pagina non basta il PNRR. Ci vuole un pensiero adeguato ai tempi che stiamo vivendo. La realtà ci ammonisce, così come il silenzio assordante degli astenuti.

 

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Marco Emanuele

Tackling climate risk is an extraordinary political opportunity (by Marco Emanuele)

Tackling climate risk is an extraordinary political opportunity.

Beyond the urgency of climate change, which is now well established, working politically on climate risk is an extraordinary opportunity. The ecological challenge, in addition to being ethical, is above all strategic. There is an overall reconversion of our cultural, economic and social system at stake: a real reconversion with a “taste” of revolution. Of course, the ecological challenge must go hand in hand with the digital challenge, another pillar of post-pandemic recovery.

Our culture of the natural environment must change because we are part of it. By taking care of the environment, first of all respecting it and repositioning our limits within the limits of nature (resources, such as water, are not infinite), we take care of ourselves, of our own life, of our own survival. Ecology is part of the larger process of integral ecology.

Thanks to ecological reconversion, our economies are radically changing. There are many investments for the circular economy and for sustainability. All this, accompanied by digital transformation, if it will bring new productions and new works at the same time it will put in crisis activities with a no longer possible environmental impact. The ruling classes, then, will have to ask themselves the question of how to protect those social classes that will be affected by the massive, and necessary, process of reconversion.

On this point, the economic and the social meet: and it must be a meeting that lays the foundations for new futures, that includes and does not exclude, that cooperates as well as competes, that truly lays the foundations for a “glocal” vision of history, participatory and sustainable.

We work to discover the emerging opportunities, the other side of the present risk.