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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Giudizio storico in cammino. L’acqua sporca e il bambino (Marco Emanuele)

Non confondiamo le cose. La transizione ecologica e la trasformazione digitale sono l’una una necessità storica impellente (è ormai assodato che il pianeta è in pericolo) e la seconda una straordinaria possibilità per rendere davvero migliori le nostre vite. Guardare solo al lato negativo di questi processi è sbagliato: infatti, se nessuno nega che quella transizione e quella trasformazione avranno impatti importanti sui mercati del lavoro, qui si considera fondamentale avere un Governo Politico dei processi. Tutte le riconversioni e le tutele che occorre e che occorrerà mettere in campo non annullano la bontà di scelte strategiche epocali.

Perché insisto con il tema del ri-pensare (pensare continuamente) la Politica ? La metamorfosi del mondo, evidenziata nella velocità e nella radicalità dei cambiamenti, è fondata sulla flessibilità. Se guardiamo alla innovazione tecnologica, ciò che possiamo scrivere oggi su una soluzione tecnologica o su una tecnologia emergente sarà certamente vecchio in pochissimo tempo. È per questo che urge lavorare sui fondamenti, portando la flessibilità della metamorfosi in atto (che continuerà) nella natura della Politica: il che non significa snaturare la politica ma renderla progressivamente adeguata alle metamorfosi della storia.

Ilaria Bifarini (op.cit., p.129) scrive: I nuovi mercati di domani sono nicchie di innovazione tecnologica e socio-istituzionale nate all’interno degli attuali sistemi economici, che hanno il potenziale di rimodellare i paradigmi consolidati di economie. Per trasformare e accompagnare le economie nella ripresa post-Covid, i governi e le imprese dovranno combinare innovazioni tecnologiche e socio-istituzionali rivoluzionarie.

Occorre leggere questa sintesi in chiave di pensiero complesso e critico. Il tempo che stiamo vivendo ci offre la straordinaria possibilità, utilizzando le nostre intelligenze, di lanciare un messaggio molto più forte di quello, rispettabile ma non efficace, delle piazze agitate. I moderati, che sono la maggioranza, dovrebbero uscire dall’astensionismo mettendo in campo la loro responsabilità progettuale e progettante e ritrovare le ragioni di un impegno. Occorre riconvertire la rabbia e l’indifferenza in un progetto storico, in un progetto di civiltà.

Ciò che ha scritto Bifarini, se interpretato in logica antagonista, aprirebbe scenari inquietanti: non escludendoli, il messaggio che si vuole dare è che è possibile individuare soluzioni che tengano insieme innovazione-qualità dei processi democratici-coesione sociale. Occorre ripartire dal Governo Politico delle città e dei servizi essenziali per i cittadini, primi fra tutti la salute e la scuola.

Ho sempre cercato, prima in attività di volontariato nell’ambito della cooperazione internazionale e poi in attività di docenza, di porre in evidenza come il pensiero antagonista giochi a favore del sistema che si vorrebbe sfidare. Non vi è dubbio che, negli ultimi trent’anni della nostra storia, si siano poste le basi per un mondo in stile Grande Reset e la pandemia, per alcuni, è stata la grande possibilità per fissare il tema. Ora tutti insieme abbiamo una grande occasione: dare una rinnovata anima critica, Politica, ai processi storici.

Si aprono nuovi mercati, è chiaro (nota n.1). Diventa decisivo ri-congiungere tali mercati-in-evoluzione con i sistemi politico-istituzionali e i sistemi sociali (le disuguaglianze sono il tema del millennio). Per non rischiare di buttare il bambino con l’acqua sporca, rischiando di non cogliere le straordinarie opportunità offerte dal tempo che viviamo, occorre ri-vitalizzare, dare nuova vita, all’anima Politica della con-vivenza. Si è capito, infatti, che i player tecnologici proseguono nel loro cammino incessante mentre la Politica arranca: in aggiunta, se si vuole difendere la democrazia, occorre criticare i sistemi autocratici che si pongono come Stati tecnocratici (offrendo lo stesso rischio degli Stati teocratici) e aumentare il livello d’impegno, di visione e di dialogo nelle democrazie liberali. L’unico modo per difendere la democrazia è ri-lanciarla lavorandoci dentro, recuperando il suo profondo: c’è una evidente questione democratica da affrontare.

Nella prospettiva qui evocata, il lavoro in democrazia è molto più lungo e articolato che in altri sistemi. La mia riflessione paga il prezzo di un quadro di riferimento da ri-costruire e, soprattutto, è infinitamente più fragile rispetto alle posizioni di chi esprime assoluta certezza nel futuro (chi immagina il futuro del mondo come una categoria da “fine della storia”), di chi è indifferente, di chi adotta il pensiero antagonista. Ma la sfida è troppo grande e delicata per fermarsi.

Se si sostiene che il pericolo del Grande Reset è nella cancellazione delle differenze (si vorrebbe un mondo omologato), il lavoro in democrazia è necessario. Qui entra in gioco il tema del “glocale”. Ciò che chiamiamo globalizzazione, l’interrelazione sistemica planetaria (secondo alcuni in fase di arretramento), lascia aperto un grande spazio di azione: “colorare” delle infinite differenze dei mondi un processo top-down che, per natura, domina e controlla e, soprattutto, non libera le identità in chiave progettuale. Queste identità, represse o addirittura cancellate, inevitabilmente si rivoltano contro, cercano possibilità di auto-determinazione, vogliono recuperare un ruolo storico che, a oggi, è sostanzialmente negato.

In democrazia, la tanto evocata distanza tra i cittadini e le istituzioni si forma laddove lo Stato opprime le differenze. L’auto-determinazione prevede l’auto-organizzazione, una sorta di “federalismo progettuale”. L’occasione storica del recovery post-pandemia può aiutarci a ri-pensare per ri-costruire processi democratici secondo complessità e progettualità.

Note:

  1. Ilaria Bifarini (op.cit.,pp.131-132): E’ stato stimato che la genomica costituirà un mercato di 35,7 miliardi di dollari entro il 2024. Negli ultimi cinque anni gli ambiti di applicazione si sono moltiplicati: non solo terapie migliori e più precise in base al codice genetico e alle potenziali reazioni farmacologiche, ma anche consulenza genetica rivolta direttamente ai consumatori, gene-editing per correggere le mutazioni e, al di fuori delle scienze della vita, l’utilizzo del DNA per le applicazioni informatiche per archiviare molti più dati in minore spazio o la genetica come identificazione biometrica per sistemi di sicurezza più evoluti. (…) Altro mercato cruciale sarà chiaramente quello dei big data, considerati il nuovo petrolio. Secondo gli analisi del Forum (World Economic Forum), i meccanismi attraverso i quali vengono attualmente scambiati lasciano troppi volumi di dati generati inutilizzati, che vanno valorizzati.
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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Giudizio storico in cammino. Profitti silenziosi e antagonismi rumorosi (Marco Emanuele)

Questa riflessione è, nei fatti, un cammino nel “progetto di civiltà”: perché esso vive nella vita, considera le dinamiche che ci percorrono ed è partecipato dai nostri talenti e dalle nostre contraddizioni. Si tratta di una riflessione aperta e tutta da con-dividere.

Maturare giudizio storico significa ri-prendere (prendere continuamente) consapevolezza del mondo che siamo e in cui siamo. In termini di meta-contesto, possiamo dire di trovarci nella Quarta Rivoluzione Industriale. Ciò che è certo è che mai nessuna fase della storia umana si è caratterizzata per tali velocità e radicalità. Scrive Ilaria Bifarini (Il grande reset, Milano, 2021, p. 88): Come ha affermato con toni entusiastici Satya Nadella: “Abbiamo assistito a due anni di trasformazione digitale in due mesi”.

Altresì, sostiene Bifarini, l’economia dei ricchi e dei super ricchi non si ferma, le disuguaglianze (comunque consustanziali ai sistemi di mercato e problema ben presente da alcuni decenni a livello globale) crescono e le grandi ricchezze si concentrano. Nota l’Autrice (op.cit., pp 98-99): Come emerge da un rapporto della banca svizzera Ubs, da aprile a luglio 2020 gli ultra miliardari hanno aumentato il proprio reddito del 27,5%, portando la loro ricchezza a 10,2 trilioni di dollari, superando il precedente picco di 8,9 trilioni di dollari registrato a fine 2017. Anche il numero dei super ricchi è salito, raggiungendo il record di 2.189, rispetto ai 2.158 del 2017. A incrementare ulteriormente i loro patrimoni stellari ha inciso molto la scommessa sulla ripresa dei mercati azionari, che hanno toccato il loro punto più basso durante il lockdown di marzo e aprile per poi rimbalzare, compensando gran parte delle perdite. Come spiega al “The Guardian” Josef Stadler, manager di Ubs, i miliardari sono stati abili a trarre vantaggi dalla crisi: “non solo hanno cavalcato la tempesta al ribasso, ma hanno anche guardagnato sul rialzo”. È interessante, con Bifarini (op.cit., p.101), notare quanto segue sulla concentrazione della ricchezza: Secondo gli esperti della UBS, la concentrazione della ricchezza

oggi è di nuovo ai livelli del 1905, quando negli Stati Uniti famiglie come Carnegie, Rockfeller e Vanderbilt controllavano vastissime fortune. Al tempo a dominare erano petrolio e acciaio, oggi c’è l’industria del digitale e della farmaceutica.

La pandemia ha acceso una luce fortissima sulla potenza dell’economia digitale, giustamente ponendo la transizione digitale come uno dei pilastri strategici, insieme alla trasformazione ecologica, per il mondo post-pandemia. Coloro che si pongono contro tutto questo sottolineano, ad esempio guardando all’Italia, che la guerra al “nanismo” economico condotta dai protagonisti della Quarta Rivoluzione Industriale a danno delle micro-piccole-medie imprese rappresenti un colpo mortale ai fondamenti del nostro sistema economico. Questo è un tema estremamente interessante con il quale fare i conti. Ma non serve l’antagonismo per comprendere le ragioni di chi sembra essere sul versante perdente della storia: ci vuole realismo critico.

La corsa dell’economia digitale, complice la pandemia e le chiusure forzate, si è sviluppata considerevolmente e senza particolare “attenzione etica” a quanto accadeva a livello sociale, anzi facendone un dato di business. Uso una espressione così radicale perché, particolarmente nella fase di lockdown, si è esponenzialmente diffuso il disagio e sono proporzionalmente aumentati i profitti (nota n. 1).

Non vi è dubbio che nei tempi delle restrizioni, nella paura reale e/o costruita dai media, le persone abbiano cercato di evadere da una “galera” informativa che li appiattiva sul binomio pericolosità del virus-uscita dal virus. Se ci fermiamo un attimo a pensare quanto i media abbiano lasciato spazio a qualcosa che non fosse il Covid ci rendiamo conto che resta ben poco: e il resto, a ben guardare, era – ed è – praticamente invaso dal “pettegolezzo” politico. In aggiunta, senza contatto fisico, si è scatenata una rabbia che ha trovato sfogo sia nei dibattiti allucinanti dei talk televisivi (sempre gli stessi ospiti, quelli che – qualunque parte rappresentassero o rappresentino – provocano la rissa) e soprattutto nei social. In termini di giudizio storico, mentre i pochi continuano a guadagnare, è il pensiero antagonista (lasciato alle maggioranze “vinte”) che continua a trionfare. Insomma, i tantissimi che incarnano il pensiero antagonista fanno il gioco dell’avversario. Ho molti dubbi che tutto questo (paura, rabbia, miseria del dibattito pubblico) scompaia con la pandemia: si tratta, infatti, di qualcosa che ci appartiene e ci riguarda.

Vediamo le piazze che si agitano, molto spesso prendendo a pretesto decisioni del governo che, a sensazione di chi scrive, non meriterebbero troppa agitazione sociale. Occorre, invece, cercare di comprendere la ragione politica di quelle piazze: al di là delle strumentalizzazioni a opera di frange estreme (fenomeno antico), si tratta di piazze del disagio, composte da persone che sentono di trovarsi in una fase storica in cui è tolta loro la possibilità di essere soggetti di Politica, ritrovandosi a essere soggetti alla politica di pochi. Esplode, in sostanza, il bisogno di rappresentanza, ciò che la pandemia ha soltanto aggravato, e di proteggere il proprio futuro e quello delle proprie famiglie. Tutto questo, va da sé, si lega con l’astensione dilagante: alle ultime elezioni amministrative nei Comuni più importanti d’Italia abbiamo sentito il silenzio assordante di chi urlava la propria indifferenza a un sistema che non garantisce effettiva cittadinanza. Le persone non si fidano delle classi dirigenti (non solo politiche) perché sentono che queste fanno un altro gioco, certamente non il loro.

Se Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, sostiene che occorre ripensare il capitalismo, qui – molto più umilmente – si sostiene che occorra ri-pensare i paradigmi della Politica, a oggi ancora legati a un mondo che non c’è più. Le piazze che richiamavo nel paragrafo precedente, infatti, lottano contro un “nemico” che non riescono a definire, una sorta di nemico in perenne metamorfosi. Ebbene, è chiaro che siamo in una grande metamorfosi: ma non si può dare come soluzione il ripensamento di una faccia (a esempio, il capitalismo) del mosaico di realtà. Se quel ripensamento è necessario esso va inquadrato in un ripensamento più grande, complesso, sistemico, Politico. Senza questo, infatti, accadrà che le grandi corporation – come già avviene – si “truccheranno di etica” ma nulla toccherà i punti sensibili di un sistema malato nel profondo, malato politico: coloro che davvero comandano saranno più etici e il loro potere sarà salvo e accresciuto.

Intanto le piazze, in maniera semplicisticamente antagonista e senza ripensare la Politica, continueranno a contestare chi è sempre più sfuggente e potente.

Note:

(1) – Ilaria Bifarini, op.cit., pp. 104 e 105: Brian Solis, considerato uno dei massimi opinionisti ed esperti mondiali di new media, antropologo digitale “evangelista” dell’innovazione globale presso Salesforce, multinazionale attiva nelle tecnologie della Quarta Rivoluzione Industriale, ha rivelato come la dichiarata pandemia avrebbe dato vita a una nuova tipologia di consumatori, di grande interesse per il marketing e l’industria di produzione, ribattezzata generazione Novel, o N. Si tratta di un segmento di clienti emergente, che acquista on line ed è galvanizzato dagli effetti del Covid, emotivamente stressato, guidato dalla paura, dall’ansia e dalla preoccupazione. Le aziende dovranno concentrarsi sulla generazione N, per intercettare in che modo l’uso crescente e accelerato della tecnologia da parte dei consumatori influisca sulle loro preferenze, sui loro comportamenti e sulla routine. Queste intuizioni saranno fondamentali per guidare il brand, il prodotto e le strategie di mercato a essere più tempestive, pertinenti ed empatiche.

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Marco Emanuele Progetto di Civiltà

Verso un “progetto di civiltà” (Marco Emanuele)

Nel guardare all’ evoluzione del mondo colpito dalla pandemia, alcuni temi stanno in cima alle mie riflessioni. Non sono certo gli unici ma, cercando di individuare ciò che può fare la differenza, ragiono intorno:

  • alla metamorfosi del rischio;
  • all’impatto delle tecnologiche emergenti;
  • all’impatto del climate change;
  • alle metamorfosi del capitalismo verso una “nuova” economia;
  • allo “svuotamento” democratico;
  • alla rincorsa verso un “nuovo” ordine.

Si tratta, con tutta evidenza, di temi straordinariamente importanti e imprescindibilmente legati l’uno all’altro. La loro importanza e la loro interdipendenza costituiscono ciò che ci vincola a un pensiero complesso (che superi la linearità), sistemico (che superi la settorialità), critico (che superi la superficialità e gli antagonismi). Questo è il senso della ricerca che avvio oggi.

Siamo in un momento storico nel quale qualcuno potrebbe approfittare della pandemia per ricostruire un nuovo ordine ? La questione è affascinante ma, credendo in una visione progettuale della storia, preferisco lavorare sulla prospettiva di un “progetto di civiltà” ponendo l’umanità e il pianeta al centro. Una umanità e un pianeta certamente attraversati da una infinità di dinamiche create da noi e che, a ben guardare, rischiano di non essere più controllabili dalla intelligenza e dalla volontà dell’uomo.

Faccio fatica, per sensibilità e per ricerca personale, a utilizzare con facilità (come leggo molto spesso), l’aggettivo “totalitario”. Anche se, devo ammettere, in molte situazioni vedo l’avanzare di segni che richiamano quel pericolo. Se ne scrive molto riguardo all’utilizzo delle tecnologie. Se diciamo che la tecnologia non è neutra, il problema è la sua finalizzazione. Non esiste, dunque, una tecnologia buona o una tecnologia cattiva in sé e non si può dire, richiamando “linearmente” il totalitarismo, che sia l’avanzata tecnologica a rappresentare un pericolo bensì è l’uso che l’uomo può farne. In sostanza, tecnologia non fa rima con sorveglianza di massa.

Viviamo in un tempo, e questo è un dato che mi sembra incontrovertibile, nel quale la rabbia personale e sociale non viene canalizzata in un progetto storico. Essa, al contrario, viene esasperata e sfogata contro l’altro, di volta in volta individuando il bersaglio: che sia il migrante, il non vaccinato (o il vaccinato, a seconda dei casi), l’omosessuale, la multinazionale, il politico e quant’altri. Qui faccio una meta-considerazione non avendo alcun interesse a portare posizioni di parte o ad aderire ad alcuna parte.

La rabbia, in tal modo, diventa un’arma che, molto spesso, l’informazione spettacolarizzata (più spettacolo che informazione) e i social cavalcano e alimentano. E’ molto più facile rendere le opinioni delle Verità di Parte piuttosto che cercare parti di verità in ogni opinione e tentare un dialogo per costruire “giudizio storico”. Ecco, rispetto ai temi sopra richiamati, quelli che davvero cambiano la storia (e ogni nostra storia), c’è una trascuratezza sostanziale al posto della quale si scatena un dibattito superficiale e solo competitivo tra Opinioni-Verità. Ed è lasciando il vuoto intorno ai temi fondamentali che qualcuno lo riempie e se ne occupa: i progetti come il Grande Reset e/o i complotti dei quali si discute tra arrabbiati e delusi nascono dall’assenza della nostra responsabilità culturale e politica. E’ molto più comodo, infatti, lasciar fare a qualcuno per poi scatenarsi a criticarlo.

Se l’assenza di responsabilità è un tema perenne, e forse non del tutto risolvibile, ci sono momenti nella storia nei quali val bene esercitare un impegno adeguato. Quello che viviamo è uno di questi.

Per iniziare la ricerca, percorso del quale non vedo la fine, vorrei brevemente introdurre ciò che è, secondo me, un “progetto di civiltà”. Anzitutto, esso non è un progetto determinabile dall’inizio: è un processo complesso, sottolineando del progetto l’anima dinamica. Il “progetto di civiltà” è un cammino nel profondo della realtà, contraddittorio e incerto. E’ il tentativo di leggere le dinamiche del mondo “in progress” con l’occhio complesso, sistemico e critico.

Nel discutere un “progetto di civiltà” occorre avere la mente aperta e libera, capace di non escludere alcuno e alcunché dal proprio orizzonte di senso e di significato. Il male e il bene si com-penetrano in ciascuno di noi e nella realtà e, se le Opinioni non devono diventare Verità, ogni opinione va considerata e valorizzata laddove pone la possibilità di un confronto (anche aspro) e di un incontro per il dialogo.

Se un elemento decisivo del “progetto di civiltà” è la complessità, ne viene la tendenziale inclusione di ogni parte nel mosaico della storia. Siccome ogni particolare, nella realtà, non si integra perfettamente con ogni altro, con l’inclusione occorre operare mediazioni.

Le nostre società sono divise e sempre più disuguali. Ciò comporta esclusioni e prevaricazioni e, come alcuni sostengono, è il modello stesso che abbiamo impostato, e che non nasce con la pandemia, a porre le condizioni perché le divisioni e le disuguaglianze peggiorino. Se ci aggiungiamo il poco esercizio di responsabilità, di vivere responsabile, il gioco è fatto. Con inclusione e mediazione, una terza parola-chiave per un “progetto di civiltà” è coesione.

Circa trent’anni fa, con il crollo del muro di Berlino, il mondo ha cambiato equilibrio. E’ finito l’equilibrio bipolare.

Un dato che mi interessa portare nella ricerca è, a partire da quella grande speranza di libertà e di benessere per tutti, il punto in cui siamo oggi. Si pensava che la democrazia e il mercato avessero trionfato a livello globale; si pensava che sarebbe finita l’epoca dei muri; si pensava che il mondo si sarebbe pacificato. Tutti auspici che, forse esageratamente ottimistici allora, sono rimasti sostanzialmente tali.

Chi, come me, guarda a un “progetto di civiltà”, non può che essere realisticamente ottimista. E’ difficile, me ne rendo conto, ma è al contempo necessario: possiamo far tesoro degli errori commessi e provare, insieme, a fermarci per riflettere. Se, come si dice, con la pandemia nulla sarà più come prima, facciamo attenzione a che lo abbiamo detto, e scritto, tante altre volte: è davvero arrivato il tempo della responsabilità.