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Ciò che non vediamo

Quando diciamo coesione sociale, la cui carenza sta attaccando dall’interno la sopravvivenza stessa delle democrazie liberali, ci riferiamo alla condizione fondamentale dello stare insieme dentro un contesto sociale. Tale coesione, nella interrelazione planetaria, non ci fa più essere società tra persone che si riconoscono immediatamente in tradizioni condivise ma ci porta dentro, in maniera crescente, alla presenza di differenze che occorre governare politicamente. La complessità del “chi siamo” riguarda la sua evoluzione, l’identità dinamica dei popoli.

Ciò che non vediamo, ma che avviene e ci trasforma, è il passaggio dei processi storici dal globale in ogni territorio. Tante sono le ragioni della mobilità umana: molte di esse, nella megacrisi nella quale siamo immersi, portano gli esseri umani a spostarsi per ragioni di necessità, molto spesso tragiche. Tutto questo appartiene ormai alla cronaca quotidiana ma, secondo noi, dovrebbe appartenere a coloro che si impegnano per nuove visioni e per nuove mediazioni nel mondo in metamorfosi.

Se da un lato – soprattutto nei Paesi più ricchi – crescono la paura, soprattutto di perdere il proprio benessere, il disagio sociale, perché le disuguaglianze sono un fenomeno strutturale, e il bisogno di immunizzazione dall’”esterno”, dall’altro lato occorre sottolineare come la mobilità umana sia un processo inarrestabile, che da sempre accompagna l’evoluzione dell’umanità e che oggi assume contorni che chiedono politiche attente e radicali: muri e guerre si sono moltiplicati dopo il 9 novembre 1989 quando, in molti, festeggiarono il ritorno della libertà e della democrazia addirittura evocate come “fine della storia”: oggi, potremmo dire, ci troviamo alla fine della fine della storia.

Ciò che non vediamo, culturalmente-politicamente-strategicamente, è il vincolo dell’inter-in-dipendenza. L’interrelazione globalizzata è un fatto lineare e non basta più per tenere insieme un mondo inter-in-dipendente, profondamente complesso. L’incertezza, non governata politicamente, produce – come accade – insicurezza. Ma l’incertezza fa parte di noi, del “chi siamo”, e deve diventare parte integrante di un nuovo pensiero strategico: continuare a insistere sulla certezza di identità fisse ed escludenti può far comodo ad alcuni per prendere qualche voto in più ma è del tutto anti-storico e, come dimostrano i fatti, assai rischioso.

L’evoluzione del mondo, e dei mondi, deve procedere con l’evoluzione del pensiero nel mondo e nei mondi. Ciò che non vediamo, il vincolo che ci lega, è parte della nostra realtà personale e della realtà glocale, nuova frontiera della globalizzazione e della politica.