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Giudizio storico e ricerca critica

Alcuni elementi di fondo dovrebbero chiamare tutti a scelte strategiche di visione il più possibile condivise, concentrandosi sulle grandi questioni che superano, pur comprendendole, le reciproche (e anche aspre) differenze. Fortunatamente, proprio in questi giorni, primi passi positivi sono in corso tra USA e Cina dopo il colloquio, franco e lungo, tra Joe Biden e Xi Jinping al G20 di Bali.

Pensiamo alla megacrisi de-generativa che sta ridisegnando il mondo della quale i cambiamenti climatici rappresentano la punta più grave e più evidente: la COP27 chiusasi in Egitto, ben considerando le difficoltà di una transizione alle energie rinnovabili, ha rappresentato l’ennesima riprova della complessità di conciliare i bisogni della crescita con quelli dell’ambiente. Pensiamo alla rivoluzione tecnologica, alle crescenti disuguaglianze. Pensiamo alla questione demografica e alla questione democratica. Pensiamo, infine, al proliferare di muri (culturali e fisici) e di conflitti-guerre (prima fra tutti, la guerra in Ucraina e i tanti che non raggiungono gli ‘onori’ delle cronache) nei cinque domini  (terra, mare, cielo, spazio, cyber), che insanguinano e destabilizzano il mondo: sullo sfondo vi è la minaccia nucleare. Sono elementi di fondo che vivono l’uno nell’altro, in un mondo percorso da ciò che Papa Francesco (Angelus, 20 novembre 2022) ha definito carestia di pace, a disegnare un tutto inestricabile d’interrelazioni.

Questi elementi, secondo chi scrive, rappresentano temi talmente rilevanti da essere discriminanti storiche, punti di svolta, elementi non eludibili di un ‘giudizio storico’ (comprensione della complessità del nostro tempo) per decisioni strategiche pertinenti. Il tutto, con realismo, mentre si consuma una straordinaria redistribuzione dei rapporti di potere a livello mondiale. Su questo, riprendiamo Federico Rampini (Il lungo inverno, 2022, p. 13): I passaggi d’epoca, le grandi rotture storiche, si capiscono bene solo guardando a un triangolo fondamentale: energia, moneta, armi. Ha ragione Rampini a sostenere che in questo triangolo si gioca molto del futuro del mondo, ma non tutto. Oggi c’è un ulteriore elemento da considerare strategicamente, di pari se non superiore importanza rispetto agli altri, ed è quello legato alla competizione tecnologica.

E’ inevitabile, senza voler rubare il lavoro agli analisti strategici, muoversi dentro la geopolitica, cercando di far emergere un quadro di riferimento sempre più difficile da definire. Il mondo che era, quello bi-polare, era indubbiamente più semplice perché permetteva di cogliere linearmente alcune logiche di senso e di confronto. Oggi, in assenza di ordine (o, per meglio dire, dell’ordine che conoscevamo), ci ritroviamo incapaci di certezze: quelle consolidate, valide – si perdoni la semplificazione – fino alla implosione dell’Unione Sovietica, sono del tutto saltate.

Ci troviamo dentro, per nostra responsabilità e non sempre per averlo voluto, a una situazione ben articolata e che non può essere risolta nella linearità ‘banale’ della contrapposizione tra democrazie e autocrazie. Il discorso è più profondo perché, dopo la devastante crisi finanziaria del 2007-2008 e dopo gli anni della pandemia (che ha impattato su tessuti sociali, economici e politici già fragili, soprattutto – ma non solo – dei Paesi più poveri), la trasformazione già in atto da un mondo a un altro si è non poco complicata. Tutte le dimensioni del nostro vivere sono state toccate in maniera sensibile da ciò che è accaduto: nei campi dei valori, della cultura, della politica, dell’economia, del diritto.

E’ come se la realtà ‘evolvesse arretrando’. Un passaggio di Massimo L. Salvadori (Da un secolo all’altro, 2022, p. 25) è illuminante: (…) vi è da sottolineare che, proprio mentre è andata e va affermandosi una stagione di nuovi diritti, è in corso (…) la progressiva regressioni dei diritti sociali, i quali, frutto delle conquiste di due secoli di lotte condotte dalle forze sociali e politiche progressiste e dalle masse lavoratrici, anziché estendersi ai paesi che ne sono privi, si trovano minacciati nei paesi dove essi si erano diffusi ed ormai considerati acquisiti. Nessuno, dunque, può dirsi esente dalla partita strategica della garanzia dei diritti: se le autocrazie e i Paesi poveri non li riconoscono o faticano a farlo, si assiste a un fenomeno di regressione nei contesti democratici che ne facevano vanto.

C’è una necessità che è anche il nostro orizzonte. In una situazione dalla crescente complessità, ci domandiamo, quale dovrebbe essere il ruolo degli intellettuali ? Perché degli intellettuali, quelli veri, c’è bisogno come l’aria. S’impone, oggi più che mai, il tema della direzione pertinente dell’agire personale e collettivo: dove stiamo portando il mondo e, soprattutto, dove dovremmo portarlo ? E come ? Come dovremmo declinare il tema dei valori, guardare alla cultura come inter-in-dipendenza di culture, immaginare un nuovo paradigma politico e politiche di giustizia e pace, ripensare un’economia che riprenda progettualmente il grande tema dell’anima sociale (con tutte le implicazioni che questa comporta), riscrivere regole che aiutino i mondi e il mondo a evolvere tenendo insieme il grande mosaico della condizione umana e della sostenibilità ?

Come si vede, siamo immersi in una sfida aperta e dai contorni di nuova era. Anzitutto, noi crediamo, c’è la sfida del pensiero: quello lineare non basta più, in molti casi è portatore d’involuzione. Ebbene, invocare il pensiero complesso deve servire anzitutto a maturare un nuovo approccio alla storia comune: nulla è separato dal resto, nessun destino è fuori da ogni altro e dal destino planetario. Facile a dirsi: ma, restando dentro la realtà, lavorare a ri-congiungere gli opposti è l’unica strada percorribile oggi: continuare a separare, infatti, significa scegliere la via più facile, spesso in nome d’interessi nazionali che si vorrebbero garantiti attraverso scelte autarchiche. Su questo punto, anche il ritorno del ‘religioso’ (Russia, ma non solo, docet), attraverso la sua strumentalizzazione, gioca un ruolo: mai negare le identità, potremmo dire, perché tornano pericolosamente radicalizzate.

Siamo tra coloro che pensano gl’interessi nazionali come decisivi, non foss’altro perché sono duri a morire: lo vediamo ogni giorno dalle cronache strategiche dei mondi che evolvono. C’è un nodo, però, che va affrontato e che, negli ultimi trent’anni (almeno), è stato colpevolmente trascurato dalle classi dirigenti di ogni ordine, grado, appartenenza: mediare il passaggio dei fenomeni globali nei territori degli Stati nazionali.

Qui è in gioco l’idea, secondo noi vincente, di ‘società aperta’. Essa, infatti, non può realizzarsi se non politicamente: per spiegare meglio, la società aperta è sostenibile e può produrre benefici laddove venga governato politicamente (con adeguate mediazioni e dentro un quadro di visione strategica) il rapporto tra globalità e territori. La potenza di ciò che accade ‘al di là’ dei nostri confini (in una linea di separazione ancora tentata ma del tutto anacronistica perché le pandemie, le migrazioni e le innovazioni tecnologiche non chiedono permesso …) è parte della stessa vita ‘al di qua’. C’è un però: le popolazioni, le nazionalità hanno sviluppato tradizioni e identità che non sono sacrificabili sull’altare dell’apertura indiscriminata al mondo. Pena la loro radicalizzazione, tali tradizioni e identità vanno salvaguardate in una logica nuova di una politica ripensata e rifondata (non bastano più i paradigmi novecenteschi). La nostra ricerca in ciò che chiamiamo ‘glocalizzazione’ inizia da qui.

Allo stesso modo, guardando oltre, una glocalizzazione di fatto (e, auspichiamo, di diritto) incide decisamente sul futuro (già presente) delle relazioni internazionali. Veniamo da decenni di sostanziale fallimento di un multilateralismo fragile e a tratti ingenuo: con buona dose di realismo, in una glocalizzazione che parta dagli interessi nazionali in funzione di società aperta, occorre andare verso un ‘sistema glocale multi-bi-laterale’. Ci rendiamo conto che, se i confini degli Stati nazionali sono anacronistici e se nessuno Stato può vantare la possibilità di essere pienamente ‘sovrano’, gl’interessi che dagli Stati vengono sono i veti contro cui si scontra la possibilità per il multilateralismo di farsi storico.

Siamo nel tempo in cui dobbiamo lavorare, tutti insieme, a rendere il mondo un posto capace di resistere agli shock da esso stesso (dunque, da noi stessi) creati. Non scriveremmo queste pagine se volessimo cedere alla rassegnazione ma ci rendiamo conto che lo sguardo non può che essere lungo, radicale e profondo. Cominciamo con il dire che l’uomo è quel soggetto capace di darsi gli strumenti della propria rinascita così come quelli della propria autodistruzione. Siamo sempre noi, insomma, capaci di tutto.

Questo ci porta a dire che dobbiamo accantonare, e per sempre, il principio di non contraddizione. Non c’è, nel mondo come in ciascuno di noi, la divisione assoluta tra bene e male: non sono stanze separate né separabili. E’ venuto il tempo di dire, con onestà strategica, che stiamo ponendo le condizioni di una ‘guerra permanente’, di un riarmo generalizzato delle coscienze, delle intelligenze e degli arsenali che, dal contrasto all’autocrate-invasore di turno, rischia di diventare scelta permanente. Ebbene, tutto questo non è sostenibile ma, soprattutto, non è politico: nessuno nega le necessità della difesa e della sicurezza ma, a ben guardare, questa potrebbe chiamarsi economia di guerra.