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Il pensiero strategico e la sfida democratica. I nuovi inizi della storia (di Marco Emanuele)

Parto dalla democrazia e vengo subito al punto: la democrazia è indubbiamente una grande conquista di civiltà e di libertà. Essa, però, ha bisogno di una cultura di riferimento e di un’abitudine a viverla: la partecipazione democratica non è un automatismo e necessita di condizioni adeguate per evolvere.

Parto dalla democrazia perché, negli ultimi decenni, ci siamo trovati di fronte a un bivio: la democrazia è un processo oppure è un modello ? Il tema è enorme e cercherò di svilupparlo in termini di ricerca.

A un primo sguardo, si può dire che l’aver considerato la democrazia un modello, applicabile “a freddo” in giro per il mondo, merce esportabile, abbia rappresentato un sostanziale fallimento. L’Occidente, dopo la fine dell’impero sovietico, doveva cantare vittoria mostrando il suo lato migliore, la democrazia appunto, e imponendolo. Abbiamo visto com’è finita in luoghi come Iraq, Libia e Afghanistan ma non solo.

Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano 2017, p.9) scrive che mentre (…) le precedenti forme di governo erano state caratterizzate da gravi difetti ed irrazionalità che avevano finito per provocarne il crollo, la democrazia liberale pareva immune da contraddizioni interne tanto profonde. Con tutta evidenza, nella evoluzione della democrazia, qualcosa di sistemico è sfuggito di mano. Guardo a Fukuyama perché, da quel libro, si avviò una stagione di scelte politico-strategiche quanto meno discutibili compiute dagli Stati Uniti e, più in generale, dall’Occidente.

Non si può leggere in maniera superficiale l’idea di “fine della storia” presa a prestito da Fukuyama. Il tema è molto più articolato di come viene spiegato, soprattutto in termini di critica (che condivido) all’Autore. Nota Fukuyama (op.cit., p. 10) che sia Hegel che Marx ritenevano che l’evoluzione delle società umane non fosse senza fine, ma che avrebbe avuto termine quando l’umanità avesse raggiunto una forma di società tale da soddisfare i suoi più profondi e fondamentali desideri. (…) non ci sarebbero stati ulteriori progressi nello sviluppo dei principi e delle istituzioni fondamentali, in quanto tutti i problemi veramente importanti sarebbero stati risolti. Nell’analisi di Fukuyama si dà una importanza quasi dogmatica alla scelta democratica che personalmente considero (fortunatamente) ben più fragile di come la disegna l’Autore. D’altronde, le vicende degli ultimi decenni (il libro uscì negli USA nel 1992), ci mostrano la “fragile importanza” della democrazia.

Il vero punto di distanza da Fukuyama, per chi cerca di elaborare un pensiero strategico che si apra al mondo con lo sguardo della complessità, è in questo passaggio (op.cit., p.11): ha ancora senso per noi, alla fine del XX secolo, parlare di una storia coerente e direzionale dell’umanità che finirà col portare la grande maggioranza della medesima alla democrazia liberale ? Per me la risposta è affermativa. Per me, invece, la risposta è negativa.

Condivido convintamente quanto scritto da Bocchi, Ceruti e Morin (Turbare il futuro. Un nuovo inizio per la civiltà planetaria, Bergamo 1990, p.11): Il progresso non è garantito automaticamente da alcuna Legge della Storia. Il divenire non è necessariamente sviluppo. Il futuro si chiama ormai incertezza. Il progresso va de-radicalizzato dalla sua (presunta) unica direzione possibile: occorre parlare di progressi e di futuri. Tornerò su questo punto.

Intanto, proseguendo nella riflessione sulla democrazia, val bene commentare che, a fronte delle profondissime crepe interne ai regimi autoritari e totalitari, che li condannerebbero all’implosione, altrettante crepe si sono sviluppate nel profondo delle democrazie liberali (sia per ragioni interne che per condizionamenti esterni). La sfiducia dei cittadini delusi, e il fenomeno mi sembra molto diffuso in giro per il mondo, ha evidenziato quella che ho definito “fragile importanza” della democrazia: il che non è necessariamente un male, anzi. Quella fragilità può essere in parte superata, mai del tutto, se vi fosse una Politica in grado di ri-pensarsi per ri-fondarsi e, in una storia che non finisce ma che vive continuamente in nuovi inizi, immaginare nuove forme di organizzazione della con-vivenza umana che salvaguardino giustizia e libertà. In tal senso, mi colloco tra coloro che vorrebbero preservare i principi fondamentali del nostro essere umani, al contempo avendo cura della conquista (mai conquistata) democratica e al di là delle forme con cui questo avviene. Credo che il pensiero strategico del terzo millennio debba incamminarsi in questa direzione.

Penso che nessuno possa negare i risultati raggiunti dal “matrimonio” tra democrazia liberale ed economia di mercato. Altrettanto, però. e continuando a discutere le tesi di Fukuyama, non si può dire che tutto questo appartenga alla categoria della “fine della storia”. Sia la democrazia che l’economia di mercato hanno subito tali e tanti stravolgimenti da far dire ai realisti (mi definisco un “realista progettuale”) che le analisi di Fukuyama, non prive di fascino intellettuale, mancavano di visione circa la dinamicità e imprevedibilità dei processi storici. Vedo Fukuyama, che rispetto, come un “realista lineare”. Un passaggio dell’Autore mi sembra confortare tale definizione (op. cit., p. 13): Tutti i paesi in cui è in atto un processo di modernizzazione sono destinati ad assomigliarsi sempre più: essi dovranno unificarsi nazionalmente sulla base di uno stato centralizzato, dovranno urbanizzarsi, sostituire le forme tradizionali di organizzazione sociale come la tribù, la setta e la famiglia con altre forme economicamente razionali basate sulla funzionalità e l’efficienza, e infine dovranno provvedere all’istruzione dei loro cittadini. Grazie ai mercati globali ed alla diffusione di una cultura universale dei consumi, siffatte società sono diventate sempre più collegate le une alle altre. Sembra inoltre che la logica delle scienze moderne imporrà un’evoluzione globale in direzione del capitalismo. Il punto di fondo, secondo me da criticare, è quello che vorrebbe una ragione assolutizzata e lineare di fronte a una storia che finisce con scelte strategiche chiare e definite: l’esatto opposto della realtà.

In un mondo aperto, interrelato e percorso da sfide dinamiche e imprevedibili, la ragione non può che essere aperta e, prima di tutto, auto-critica. Immaginare modelli che possano definire un mondo a loro immagine e somiglianza è un percorso assai pericoloso. Eppure l’Occidente è cascato in questa trappola laddove ha immaginato che la democrazia potesse essere lo strumento per imporsi al mondo. I contraltari (regimi autoritari, totalitari, terrorismi più o meno organizzati) certamente alimentavano tale convinzione: chi preferirebbe vivere in Corea del Nord anziché negli USA o in Europa ?

Fukuyama (op.cit. p.13) sottolinea un punto assai interessante: Le scienze moderne ci guidano fino alle porte della Terra promessa della democrazia liberale (a proposito di dogmatismo politico, NdA): ma non possono introdurci all’interno della medesima, poiché non è assolutamente automatico che l’industrializzazione avanzata produca la libertà politica. Qui sono d’accordo con l’Autore e la Cina, tra gli esempi possibili, è lì a dimostrarcelo. L’evoluzione non è solo, sostiene a ragione Fukuyama (op.cit., p. 13), un’interpretazione economica del cambiamento storico.

L’Autore introduce il tema della lotta per il riconoscimento, a partire dal thymòs platonico, parte dell’anima umana che chiede il riconoscimento. La democrazia, in sostanza, costituirebbe l’avanzamento istituzionale in grado di riconoscere lo status dei soggetti, qualcosa che va oltre, ma che comprende, il soddisfacimento dei bisogni materiali. Anche il riconoscimento è un tema complesso che supera i confini nazionali. Così scrive Fukuyama (op.cit, p.18): (…) se a provocare le guerre è sostanzialmente il desiderio del riconoscimento, la rivoluzione liberale (…) dovrebbe allora avere un effetto analogo anche sui rapporti tra gli stati. La democrazia liberale sostituisce infatti il desiderio irrazionale di essere riconosciuto come più grande degli altri con il desiderio razionale di venire riconosciuto come eguale. Un mondo fatto di democrazie liberali dovrebbe avere perciò incentivi alla guerra molto ridotti, dato che ogni nazione dovrebbe riconoscere la legittimità dell’altra. Ed in realtà una sostanziale evidenza empirica sembrerebbe mostrare che negli ultimi duecento anni le democrazie liberali non si sono comportate imperialisticamente tra loro, anche se hanno dato prova di essere perfettamente in grado di entrare in guerra con stati non democratici che non condividono i loro principi fondamentali.

Grazie a Fukuyama, autore controverso ma certamente importante nel dibattito politico-filosofico sulla democrazia, ho introdotto alcuni temi. La ricerca prosegue guardando all’interno della democrazia e cercando di capire i contenuti di un pensiero strategico calato nelle complessità dei tempi che viviamo.