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Geostrategic magazine

La guerra diffusa e il bisogno di negoziati

E’ in scena il grande spettacolo del mondo. Il palcoscenico del G20, come al solito, è ricco di retorica ma le cose serie si fanno nei bilaterali. Mentre la campagna polacca riceve, in forma ancora da chiarire,  residui mortali della guerra in corso, il Presidente ucraino pone dieci punti che fanno dire all’invasore che Zelensky non vuole la pace.

Se la parola pace va invocata a gran voce, ogni giorno dell’anno e soprattutto quando non ci sono le guerre guerreggiate, la parola che oggi va urlata è ‘negoziato’. Finché i contendenti, nella partita ucraina come in quella del Pacifico, si parlano, c’è speranza.

E’ difficile descrivere la complessità di ciò che accade. Il momento, però, è straordinario. Tutti temiamo l’escalation, nella prospettiva nucleare che è tutt’altro che sventata.

Guerra, però, è parola che esce dal territorio ucraino. Guerra è parola entrata nelle nostre vite a causa di disuguaglianze crescenti che i combattimenti esasperano, picchiando duro sulla resilienza energetica della piccola Europa, nano diplomatico. Soprattutto, le conseguenze sono gravi, e riguardano la vita e la morte (guarda caso) dei più poveri (nei Paesi più poveri) in conseguenza di una crisi alimentare che si somma agli effetti di un cambiamento climatico strutturale.

Da qui ci limitiamo a insistere sulla necessità della diplomazia. Sentiamo, in giro, possibilità concrete che bisogna curare al di là della retorica e della diffusa incapacità strategica di leggere e di reggere il futuro già presente di un mondo in subbuglio.