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Le tattiche e la storia – Tactics and History

La crescente complessità della situazione internazionale ci chiama a un supplemento di visione.

Vi sono timidi segnali di apertura e, al contempo, l’espressione della forza e del bisogno di riarmo. Non bisogna dimenticate che l’economia di guerra è molto utile per la crescita dei sistemi economici.

Rifiutiamo l’idea di una nuova ‘guerra fredda’ come prospettiva generale di soluzione dei problemi del mondo. Anche perché, basta vedere i morti, i feriti e gli sfollati in Ucraina e negli altri teatri di guerra, siamo nel pieno di una ‘guerra calda’ (terza guerra mondiale a pezzi) e della ricomposizione globale dei rapporti di potere.

La visione non basta ma la mediazione e il negoziato diplomatico devono imporsi. Se non si possono sacrificare le esigenze della difesa e della sicurezza, il mondo ci presenta crisi de-generative (si pensi ai cambiamenti climatici, all’aumento del costo della vita, alle partite strategiche dell’energia e delle materie prime critiche) che, se non affrontate, causeranno ulteriori conflitti e guerre, a cominciare da quelli sociali all’interno dei singoli Paesi.

Evocare la pace non significa chiedere ai popoli invasi di arrendersi, tutt’altro. La pace passa anche dall’aiuto alle molte ‘resistenze’ che vediamo ogni giorno. Ma evocare la pace, secondo noi, significa soprattutto immaginare un mondo che non faccia del riarmo generalizzato il suo dato principale.

Se, come dice Papa Francesco, la guerra è il fallimento della politica, tale fallimento si vede anche nella volontà lineare e pericolosa di fare del mondo una enorme arena della tensione (con, sullo sfondo, l’arma nucleare). Lo ‘spirito dei tempi’ non va solo vissuto ma anche governato politicamente: le classi dirigenti non commettano l’errore di prendere direzioni tragicamente sbagliate.

English version

The growing complexity of the international situation calls us for an additional vision.

There are timid signs of openness and, at the same time, the expression of strength and the need for rearmament. We must not forget that the war economy is very useful for the growth of economic systems.

We reject the idea of a new ‘cold war’ as a general perspective for solving the world’s problems. Not least because, just look at the dead, wounded and displaced in Ukraine and other theatres of war, we are in the midst of a ‘hot war’ (World War III in pieces) and the global recomposition of power relations.

Vision is not enough, but mediation and diplomatic negotiation must prevail. If the needs of defence and security cannot be sacrificed, the world presents us with de-generative crises (think of climate change, the rising cost of living, strategic energy and critical raw materials) that, if not addressed, will cause further conflicts and wars, starting with social ones within individual countries.

Evoking peace does not mean asking invaded peoples to surrender, far from it. Peace also comes from helping the many ‘resistances’ that we see every day. But to evoke peace, in our opinion, means above all to imagine a world that does not make generalised rearmament its main feature.

If, as Pope Francis says, war is the failure of politics, this failure can also be seen in the linear and dangerous desire to make the world an enormous arena of tension (with, in the background, the nuclear weapon). The ‘spirit of the times’ must not only be lived but also governed politically: the ruling classes must not make the mistake of taking tragically wrong directions.