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L’offensiva russa in Ucraina e le reazioni necessarie ma difficili (di Maurizio Melani)

Riprendiamo questa riflessione di Maurizio Melani, pubblicata su Lettera Diplomatica n. 1325 del 22 febbraio 2022, e di straordinaria attualità in relazione a quanto sta accadendo in queste ore. 

Mi sembra difficile negarlo. Putin ha riconosciuto l’indipendenza delle due entità separatiste del Donbass, ha negato l’identità dell’Ucraina affermando che la sua separazione dalla Russia alla quale apparterrebbe è stata un errore dei bolscevichi, e con questi presupposti sembra prepararsi ad annessioni come fatto con la Crimea e ad ulteriori occupazioni di territori perché ha ritenuto che le terribili sanzioni
annunciate non erano credibili. Ha agito così e si prepara probabilmente ad altre azioni in quanto ha percepito di fronte a sé un
Occidente unito nelle dichiarazioni e nel dispiegamento di alcune migliaia di uomini nei paesi orientali della NATO ma in realtà diviso, con al suo interno interessi diversi soprattutto in materia energetica. Gli eventi diranno se la sua è stata una erronea sottovalutazione della determinazione degli avversari come altre volte è avvenuto nella
storia.
Per colpire realmente ed efficacemente la Russia occorre bloccare le sue esportazioni di idrocarburi dai quali dipende la metà dei suoi
proventi fiscali e un quarto del suo PIL. Le esportazioni di altri prodotti, a parte quelle di armi e di mercenari, sono assai poco rilevanti.
Ma un blocco del commercio di idrocarburi, sia esso realizzato con misure amministrative di divieto o impedendo i relativi pagamenti,
sarebbe assai grave per gli europei. Ulteriori aumenti dei prezzi dell’energia con i loro effetti inflattivi e recessivi recherebbero gravi
danni ai sistemi produttivi e alla stessa tenuta sociale dei nostri paesi ed in particolare della Germania, dell’Italia, e in modo meno diretto
della Francia la cui dipendenza dal gas è minore grazie alle sue capacità nucleari ma che subirebbe tuttavia le conseguenze derivanti dall’intenso tessuto dei rapporti economici esistenti con i suoi vicini. Lo
stesso vale per altri paesi dell’Unione Europea, tra i quali quelli dell’ex-Patto di Varsavia ed in particolare i baltici già parte dell’Unione Sovietica che sembrano tuttavia pronti ad accettare le gravi conseguenze della loro ancora maggiore dipendenza dall’energia
russa in nome dell’esigenza di contrastare con ogni mezzo la minaccia di Mosca.
La dipendenza dell’Europa dagli idrocarburi russi si sviluppò già durante la guerra fredda malgrado i malumori americani.
L’Italia ne fu tra i protagonisti grazie alla operazione di sistema realizzata nel 1966 quando la Fiat realizzò la fabbrica di
automobili di Stavropol, ridenominata Togliatti, ripagata con il petrolio russo per la cui importazione le società siderurgiche e metalmeccaniche dell’IRI fornirono tubi e attrezzature. Le importazioni europee di
petrolio e di gas russo crebbero rapidamente e nello stesso tempo aumentarono i proventi in valuta estera per l’URSS dalle corrispondenti
esportazioni. Erano il 22% del totale nel 1971 e il 75% nel 1985, necessarie all’acquisto di tecnologia e di prodotti agricoli di cui il paese
aveva bisogno in conseguenza dei fallimenti di decenni di politica sovietica in questo campo. Questo trend è proseguito negli anni
successivi in un contesto nel quale la Russia è diventata più dipendente dalle sue esportazioni di gas verso l’Europa di quanto questa lo sia dalle importazioni di tale prodotto dalla Russia. Gli europei importano
anche dal Nord Africa, soprattutto l’Italia, la Spagna e parzialmente la Francia, e prodotto liquefatto e rigassificato dal Qatar, dagli Stati
Uniti, da quando questi hanno avuto un esubero di shale gas da poterlo esportare, e da altre parti del mondo, anche se a prezzi sensibilmente maggiori rispetto a quelli del prodotto trasportato via tubo e con maggiori rischi ambientali.
Bloccare le esportazioni di gas sarebbe gravissimo per la Russia, ma, come già rilevato, lo sarebbe anche per gli europei seppure teoricamente in misura inferiore e in modo non uguale per tutti. E’ su questo che Putin ha scommesso, scontando che l’UE non darebbe pienamente corso a sanzioni veramente in grado di colpirla o che
comunque si sarebbe divisa. In altri termini la deterrenza occidentale non ha finora funzionato perché ritenuta poco credibile.
Le truppe russe, e non più soltanto quelle della società “privata” Wagner sono entrate nel Donbass su richiesta dei Governi che i
russi da ieri sera considerano legittimi rappresentanti delle due repubbliche appena riconosciute. Vedranno quali saranno le
reazioni degli occidentali e su tale base prenderanno ulteriori decisioni.
La linea rossa dell’invasione dell’Ucraina è stata superata e la misura della reazione determinerà quali saranno i seguiti. Maggiori
misure sui conti di esponenti della nomenklatura faranno male ma
verosimilmente non saranno decisive. Blocchi dei pagamenti avranno poco effetto se non colpiranno anche quelli relativi al gas.
Affinché la reazione sia efficace la solidarietà transatlantica dovrà tuttavia operare appieno.
Agli europei che avranno bisogno di gas gli Stati Uniti dovrebbero assicurarglielo a prezzi inferiori o uguali a quelli dai quali lo hanno
finora ottenuto dai russi con provvedimenti che non potranno non comportare interventi finanziari a favore delle società americane
produttrici ed esportatrici. Ciò sarà tutt’altro che facile nell’attuale situazione prevalente oltre oceano, con forti polarizzazioni,
tendenze isolazioniste nell’opinione pubblica e gravi difficoltà economiche. E questo Putin lo sa.
Se non ha luogo con una deterrenza percepita come credibile, ogni tentativo di interlocuzione efficace avrà scarso successo.
Gli ucraini potranno essere riforniti di armi, assistenza tecnica e di intelligence, molto più difficilmente di copertura aerea dato che ciò
comporterebbe scontri diretti. Sarà tuttavia difficile che possa resistere sul piano convenzionale. Qualora la presenza russa si estenda fuori dal Donbass potrebbe invece verificarsi una resistenza popolare armata,
vedremo quanto intensa ed efficace, che potrebbe determinare notevoli problemi alla Russia.
Un aspetto importante sarà vedere il comportamento della Cina. Nella sua azione di penetrazione economica e infrastrutturale verso l’Europa non vuole conflitti. Di fronte al fatto compiuto di una secessione, contraria alla sua consolidata dottrina dell’integrità territoriale degli Stati per ben comprensibili ragioni dal suo punto di vista, vedremo se sarà coerente con tale impostazione. La Cina non ha riconosciuto l’annessione della Crimea.
Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco il Ministro degli Esteri ha ribadito che le integrazioni territoriali vanno rispettate. Lo stesso ha detto questa notte il Rappresentante russo nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pur limitandosi a chiedere moderazione a tutte le parti. Arriverà al punto di isolare la Russia e dare una mano agli occidentali? Non dimentichiamo la sua forte contrarietà allo
strumento delle sanzioni, cosa che potrebbe indurla a spostare il suo peso in favore di Mosca.
Gli obiettivi della Russia erano chiari da tempo: riconoscimento del suo ruolo, garanzie sulla propria sicurezza ritenuta per quanto a torto minacciata dall’espansione ad est della NATO e quindi arresto di tale processo. Se se ne fosse tenuto conto in qualche modo negli
anni e nei decenni passati probabilmente non saremmo arrivati a quanto sta accadendo. Ora però, anche per evitare il peggio e se possibile riprendere le fila di una interlocuzione, occorre ricostituire una deterrenza credibile che dovrà basarsi sulla solidarietà transatlantica nei due sensi. E anche fare di questa grave crisi una opportunità per
rilanciare seriamente la costruzione di una difesa europea, quale strumento di una politica estera comune, per la quale gran parte
degli ingredienti sono stati da tempo approntati ma per la cui effettiva realizzazione occorre una volontà politica che finora è mancata. Vedremo se quanto sta accadendo stimolerà la consapevolezza della sua assoluta necessità.