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Marco Emanuele Pensiero Strategico

Nel cammino di civiltà, ri-fondando la biopolitica affermativa (di Marco Emanuele)

Quando le intuizioni culturali non si appiattiscono sulla cronaca, possiamo definirle strategiche. Così questo passaggio di Mauro Ceruti (2021, in Morin, La via, p. XIII): (…) è essenziale illuminare il caos degli eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono processi economici, politici, sociali, nazionali, etnici, mitologici, religiosi – che tessono il nostro destino.

La Storia è un percorso complesso, evoluzione-involuzione delle singole società fino al mondo. Il pensiero solo lineare è condannato dalla complessità, e dalle complessità, del reale. Perché, nota Morin (2012, p. 5), il presente è percepibile solo in superficie. E’ lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibili correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido.

Distinguere tra i governi-classi dirigenti e le persone-popoli serve a ri-trovare, a illuminare, la complessità dell’esperienza umana. Paradossalmente, infatti, i governi e le classi dirigenti sembrano giocare una partita ben diversa da quella delle persone-popoli. Ciò che è parte fondamentale dell’esperienza umana non entra nelle decisioni dei governi e delle classi dirigenti che guardano a logiche altre, arroccati in un sistema – mondo parallelo  che non dialoga con le profondità che vivono al di là dei palazzi blindati. Questa separazione ormai conclamata, cosa ben diversa dalla distinzione qui auspicata, è foriera di un allontanamento traumatico – in democrazia – tra rappresentanti e rappresentati. Quando viene meno la fiducia in chi dovrebbe guardare anzitutto dentro la vita sociale che governa, tutto rischia di sfaldarsi. Eppure la politica, arte nobilissima, vive proprio nell’intersecarsi delle dinamiche che rendono i popoli delle esperienze umane in movimento, dall’identità dinamica. Incapaci di politica in senso complesso, o se si vuole di politica tout court, i governi-classi dirigenti praticano l’antica arte del compromesso tra interessi: nulla a che vedere con la mediazione dei rapporti di forza e, tanto meno, con le visioni politiche. Siamo nel pieno della crisi de-generativa delle democrazie liberali. Sui regimi autoritari non argomentiamo perché, come già detto, essi vivono di certezze consolidate e non possono arretrare, pena la loro fine, da quelle.

La “riforma” che propone Morin, come nota Ceruti (2012, in Morin, La Via, pp. XIV e XV), non può che sfociare in un cammino antropologico che affronti i problemi oggi totalmente ignorati dalla politica tradizionale: un cammino antropologico delineabile solo nella consapevolezza che non ci potranno essere progressi unicamente e neppure principalmente garantiti da leggi della storia, né da strutture sociali o politiche; che ogni riforma sociale sarà indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma di pensiero, da una riforma spirituale. 

Morin delinea, con sapienza e pazienza, i contorni di un progetto di civiltà e anche noi ci sentiamo in cammino. Nel continuare l’elaborazione val bene introdurre un tema che andrà affrontato con grande serietà e che sintetizzo così: il ri-pensamento per la ri-fondazione della politica.

Pensiamo alla politica come biopolitica, politica-nella-vita, intesa in maniera affermativa. E il paradigma dell’immunizzazione, nel percorso della biopolitica, è fondamentale. Ne scrive Esposito (2018, pp. 12 e 13): L’immunità, necessaria alla conservazione della vita individuale e collettiva – nessuno di noi resterebbe in vita senza il sistema immunitario interno ai nostri corpi – finisce per contraddirne lo sviluppo, se assunta in forma esclusiva ed escludente rispetto ad altre entità ambientali e umane. Se vogliamo, a essere in gioco è la differenza – su cui ha insistito altrimenti Derrida – tra immunizzazione e autoimmunizzazione. Tutti sappiamo cosa sono le malattie autoimmuni. Si tratta di quelle forme patologiche che intervengono allorché il sistema immunitario dei nostri corpi diventa tanto forte da rivolgersi contro di sé, provocando la morte del corpo stesso. Naturalmente ciò non accade sempre. Normalmente il sistema immunitario si limita a una funzione conservativa, senza ritorcersi contro l’organismo che lo ospita. Ma quando ciò accade, avviene non per una causa esterna, ma per effetto dello stesso meccanismo immunitario, intensificato in una misura non più sopportabile. Ebbene, una simile dinamica è riconoscibile anche nel corpo politico, allorché le barriere protettive nei confronti dell’esterno iniziano a diventare un rischio maggiore di quello che intendono evitare. Come è noto, oggi una delle antinomie più cospicue delle nostre società sta proprio in una eccessiva richiesta di protezione, che in alcuni casi tende a produrre un’impressione di pericolo, reale o immaginario, al solo fine di attivare sempre più potenti mezzi di difesa preventiva contro di esso.

Pur se il termine “biopolitica” ha avuto alterna fortuna del dibattito pubblico, soprattutto nel ‘900, non può esistere politica che non sia biopolitica. Al fine di fare chiarezza, e di percorrere l’immensa prateria della biopolitica affermativa, Esposito (2012, p. 15) propone: di  rovesciare i rapporti di forza tra “comune” e “immune”. Di separare, attraverso il comune, la protezione immunitaria dalla distruzione della vita. Di pensare diversamente la funzione dei sistemi immunitari, facendone, più che barriere escludenti, filtri di relazione tra interno ed esterno. Come ? A partire da quali presupposti ? Con quali strumenti ? Il problema va affrontato a doppio livello. Quello della disattivazione degli apparati di immunizzazione negativa e quello dell’attivazione di nuovi spazi del comune.

Ci sembra di poter dire che il pensiero di Morin e quello di Esposito si incontrano laddove, nel cammino verso un progetto di civiltà, non si può fare a meno di ri-pensare per ri-fondare la politica come biopolitica affermativa, linfa vitale del cammino stesso. Tutto questo è elaborazione di un realistico, e profondo, “pensiero strategico”. Su questo punto, e da qui, deriva il prosieguo della nostra riflessione, immersa nel day-by-day dell’evoluzione-involuzione glocale, in ricerca nell’oltre.

Richiamavamo, in un precedente contributo, le illusioni seguite al crollo del muro di Berlino e alla implosione del totalitarismo sovietico. Oggi, con tutta evidenza, ci troviamo a fare i conti con società aperte non governate politicamente (senza visione politica), nelle quali non si sono fatte le giuste riflessioni sulla questione decisiva dell’immunizzazione (sentirsi sicuri a casa propria) e non si è elaborato, in termini di mediazione politica, sul rapporto tra interno ed esterno. Come, nelle società aperte e democratiche, deve ripensarsi il rapporto tra comune (che non è il pubblico) e immune, così occorre immaginare quali relazioni definire rispetto ai processi planetari che, inevitabilmente, impattano nei nostri territori. In sostanza, secondo noi, il cammino di civiltà non può che articolarsi nella costruzione dinamica della glocalità: esattamente il punto sul quale i governi e le classi dirigenti hanno mancato in questi anni. E rispetto al quale le persone-popoli non hanno avuto, e non si sono dati, voce. Eppure questo è davvero il punto sensibile: le comunità “non realisticamente immunizzate” si sentono private delle proprie auto-determinazione, sicurezza e sovranità e non riescono a immaginare come tenere insieme la società aperta, le identità consolidate e la loro trasformazione in un mondo complesso che si muove tra evoluzioni e involuzioni. Se la storia ci ha insegnato che l’eccesso di immunizzazione diventa un qualcosa che uccide le società (la biopolitica che diventa tanatopolitica), privandole di vita e di respiro, non basta dirsi società aperte e democratiche per salvarsi dalle tempeste della Storia.

In termini di giudizio storico, occorre guardare agli ultimi decenni della nostra storia per capire l’oggi e, soprattutto, per decidere quale via intraprendere per i decenni che verranno. Con toni radicali,  secondo noi realistici, Morin (2012, pp. 7 e 8) argomenta il post-caduta del muro di Berlino. Val bene ascoltarlo: Non sono solo le sovranità assolute degli Stati-Nazione a impedire la formazione di una società-mondo. E’ anche il movimento tecnoeconomico della globalizzazione che, pur creandone le infrastrutture, genera resistenze – etniche, nazionali, culturali, religiose – all’omologazione mondializzante. Di fatto, le conseguenze del fallimento storico del comunismo sono state enormi; non solo lo straripare del capitalismo, ma anche lo scatenarsi etnico-religioso (ivi compreso e talvolta soprattutto nei Paesi ex socialisti) non hanno più avuto alcun ostacolo. Tutto ciò contribuisce a far sì che la globalizzazione sviluppi una crisi planetaria dai molteplici volti. Come ha affermato Mohamed Akkoun, “il collasso dell’URSS è stato una Cernobyl socio-politica”. Ha eliminato dal globo, per un certo tempo, la piovra totalitaria. Ma ne ha fatte riapparire altre due: la piovra del capitalismo finanziario e quella del fanatismo etnico-religioso.

Ne va, evidentemente, della sostenibilità del mondo-in-progress. La potenza del progresso inteso come legge della Storia, inarrestabile e certo, ha certamento aiutato molte persone a uscire dal circolo perverso della fame e della miseria ma ha (al contempo e non troppo paradossalmente) agito da detonatore per il ritorno di un passato che non passa. Ciò è avvenuto in anni di grandi difficoltà (già ben prima della pandemia e della guerra in corso) nei quali le disuguaglianze, l’aumento della povertà, l’erosione delle classi medie e molti altri fattori hanno, da un lato, eroso dall’interno le democrazie liberali e, dall’altro lato, incattivito i regimi illiberali e autocratici.

L’umanità, ciascuno di noi, si muove all’interno di quelle che Morin (2012) chiama le poli-crisi. Scrive Morin (2012, p. 10): La crisi della politica è aggravata dall’incapacità di pensare e di affrontare la novità, l’ampiezza e la complessità dei problemi.

Siamo dentro a un evidente problema di classi dirigenti. Il tempo che viviamo, infatti, chiede nuove capacità teorico-pragmatiche che non si vedono all’orizzonte. In queste settimane di guerra ci troviamo nel forte imbarazzo di assistere a reazioni del tutto lineari a un fenomeno complesso. Se, drammaticamente, la guerra è guerra e tutte le vittime (ivi compresi gli sfollati e anche i salvati) sono quote di umanità che scompaiono dal palcoscenico della Storia o sono destinate a vivere con il ricordo indelebile della violenza subita, ciò che accade in Ucraina va considerato anche rispetto all’oltre. Chi, ci chiediamo, tenta di incamminarsi in nuovi percorsi di pensiero strategico ? Ciò che vediamo, in estrema sintesi, è la lineare tendenza competitiva al riarmo. Nessuno nega il bisogno di sicurezza e l’importanza della difesa ma, certamente, siamo tra coloro che pensano che il riarmo non possa essere la soluzione ai problemi del mondo: l’esaurimento del paradigma politico classico è sotto gli occhi di tutti.

Bibliografia in progress:

  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009
  • Edgar Morin, La via. Per l’avvenire dell’umanità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012
  • Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, il Mulino, Bologna 2022
  • Roberto Esposito, Termini della politica, vol. 1, Mimesis, Milano-Udine 2018
  • Federico Rampini, Suicidio occidentale, Mondadori, Milano 2022