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Nuovi scenari trasversali in Libia (di Maurizio Melani)

il testo è già stato pubblicato su Lettera Diplomatica (n. 1324/2022)

Mentre tutte le attenzioni in Italia e nel resto dell’Europa sono rivolte a quanto sta accadendo attorno all’Ucraina, nuovi scenari
si vanno profilando in Libia. Il 10 febbraio scorso il Parlamento
insediato a Tobruk, rilevando che il mancato svolgimento delle elezioni presidenziali alle quali avrebbero dovuto seguire quelle parlamentari non giustificava più la prosecuzione del Governo guidato da Abdul
Debeiba, ha tolto a quest’ultimo la fiducia e indicato come Primo Ministro l’ex-Ministro dell’Interno nel Governo Saraj, Fathi Bashaga,
con una procedura peraltro non del tutto chiara sotto il profilo legale.
L’operazione è stata il frutto di una convergenza tra componenti dell’ovest e dell’est con un riaggiustamento delle alleanze parallelo ad analoghi sviluppi nei rapporti tra le potenze esterne.
Con il determinante sostegno turco Bashaga aveva avuto un ruolo importante nella resistenza all’offensiva del Generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto e finanziamenti degli Emirati che contribuivano
anche alla copertura aerea. Ora egli ha incassato il sostegno di Haftar dopo che di fronte alla formazione del Governo di unità nazionale nato dalle intese scaturite nell’ambito del processo condotto dalle Nazione Unite e soprattutto dalla Germania con il sostegno di Italia, Francia e Stati Uniti e l’acquiescenza di Turchia e Russia, dominanti sul terreno, si erano notevolmente ridotti i sostegni al Generale ribelle da parte degli Emirati e dell’Egitto avvicinatisi a Debeiba.
Quest’ultimo, dopo la vicenda delle mancate elezioni alle quali si era presentato come candidato malgrado l’impegno a non farlo, ha mostrato segni di crescente logoramento e di difficoltà ad allargare il
consenso inducendo i suoi nuovi sostenitori, che comunque mantenevano rapporti con le componenti dell’est, a sostenere Bashaga in un nuovo quadro di trasversalità tra Tripolitania e Cirenaica.
Le Nazioni Unite mantengono la posizione formale secondo cui il Governo Debeiba conserva la sua legittimità fino allo svolgimento di elezioni. La Francia è apparsa tra gli occidentali come la più orientata a dare credito a quanto deciso dal Parlamento di Tobruk, mentre Stati Uniti e Italia sembrano in una posizione di attesa così come la
Turchia e la Russia che ormai da tempo mostrano di preferire un modus vivendi spartitorio delle sfere di influenza politiche ed
economiche piuttosto che riprendere un confronto militare diretto o indiretto.
La dimensione militare resta tuttavia rilevante sul terreno per quanto riguarda il confronto tra le milizie libiche della componente occidentale. Debeiba, oggetto di un attentato fallito, e Bashaga possono contare su settori ad essi rispettivamente fedeli delle milizie di Tripoli e di Misurata, e sui loro rapporti di forza influiranno un
insieme di fattori interni e internazionali.
Sembrano intanto non essere al momento toccati da queste vicende i due pilastri che assicurano quel minimo di sopravvivenza economica del paese: la National Oil Company (NOC) che continua ad estrarre
petrolio e gas con le società straniere presenti, anche se non nelle dimensioni del passato, e la Banca Centrale che grazie ai proventi della
NOC paga il funzionamento delle istituzioni e degli apparati burocratici e di sicurezza sia ad ovest che ad est. La partnership di NOC con Eni è in particolare cruciale nella fornitura di
energia al paese e nell’esportazione di una parte rilevante del gas estratto verso l’Italia attraverso il gasdotto tra Mellitah e la Sicilia
coprendo attorno al 10% del nostro fabbisogno nazionale certamente prezioso in questa fase di crisi energetica caratterizzata da strozzature dell’offerta, dal conseguente pernicioso aumento dei prezzi e dalle gravi
conseguenze sul piano economico e sociale al quale stiamo assistendo con i pericoli di ulteriori peggioramenti che potrebbero essere determinati da quanto accade tra Russia ed Ucraina.
Chi guadagna e chi arretra in questa vicenda? Il protagonismo maggiore sembra essere stato di Emirati ed Egitto, minore se
non assente quello di Russia e Turchia per non parlare degli occidentali. La Russia è occupata in altro ma è difficile che accetti di veder vanificati i notevoli investimenti in sicurezza e in ricerca del controllo di risorse in Libia e nel Sahel, in quest’area in competizione con la Francia già precedentemente suo alleato tattico nel sostegno ad Haftar. Sta di fatto però che la capacità di Mosca di operare in modo massiccio su più fronti, quando lo sforzo maggiore è in Europa Orientale, sta
mostrando la corda.
La Turchia, che sia Debeiba o Bashaga a prevalere, avrà come interlocutori persone con le quali ha sviluppato intensi rapporti a
Tripoli. Contemporaneamente sta ricomponendo i suoi rapporti con l’Egitto, che sembra ora non troppo preoccupato nell’avallare un personaggio come Bashaga ritenuto vicino ai Fratelli Musulmani, e con
gli Emirati che Erdogan ha visitato in questi giorni concludendo rilevanti accordi economici.
E l’Italia in tutto questo? E’ difficile che come del resto gli altri europei e gli stessi americani possa ormai incidere in modo determinante sulle vicende interne libiche. Lo potrà fare in una certa misura in un contesto multilaterale e con una attività di facilitazione negoziale per quanto riguarda il quadro istituzionale, ma non relativamente ai rapporti di forza tra le varie componenti nelle loro frammentazioni e ricomposizioni.
Salvaguardato è il suo interesse fondamentale all’approvvigionamento di gas, nella misura limitata, ma comunque utile, rispetto ai suoi
fabbisogni complessivi grazie al ruolo centrale e difficilmente sostituibile nell’economia libica dell’Eni, delle sue infrastrutture e della sua partnership con NOC la cui stabilità è riconosciuta da tutti i libici
come indispensabile, raro segno finora di saggezza e responsabilità nella pur caotica situazione del paese. Sono anche riprese le attività di alcune imprese italiane, come di altri paesi, soprattutto nei settori dell’energia e delle infrastrutture man mano che sono relativamente migliorate le condizioni di sicurezza che potrebbero tuttavia deteriorarsi nuovamente.
Resta la questione migratoria. E restano le gravi condizioni di coloro che sono rinchiusi nei campi di detenzione di ogni tipo e in mano
ai più diversi soggetti, le violenze ricattatorie cui sono sottoposti, l’impedimento alle organizzazioni internazionali preposte di svolgervi il loro mandato, lo stillicidio di sbarchi sulle nostre coste, benché con
migliorate condizioni di accoglienze e minore allarme sociale rispetto a quando il tema era un oggetto preminente di propaganda politica,
le morti in mare, il potere di organizzazioni criminali spesso colluse con milizie di vario tipo o ad esse organiche e con chi è formalmente investito di poteri pubblici, la porosità delle frontiere ai traffici di esseri
umane e di ogni altro tipo. Le dimensioni comparate degli arrivi illegali dalla Libia sono oggi minori rispetto ad altre provenienze. Ma
resta il fatto che fin quando non vi saranno strutture statali dotate di reale e diffusa effettività e reali capacità di controllo del territorio tale situazione non conoscerà cambiamenti sostanziali. E non sarà reso
possibile alle organizzazioni internazionali con il concorso dei paesi maggiormente interessati di organizzare rimpatri volontari assistiti, consentire l’esame delle domande di asilo in loco e gestire, con un adeguato controllo dei flussi, corridoi umanitari e di migrazione legale.
Si tratterà in prospettiva di vedere come e quando possa essere rilanciata una iniziativa diplomatica che veda protagonisti le Nazioni
Unite e i maggiori paesi europei, con il coinvolgimento degli altri attori regionali ed esterni, che abbia una effettiva incidenza sulle parti libiche ma che finora ha fatto registrare soltanto successi parziali e temporanei, seguìti da ripetuti fallimenti e vantaggi di posizionamento da parte di chi ha spregiudicatamente usato lo strumento militare. E sarebbe bene che in questa prospettiva un ruolo di rilievo sia svolto dall’UE in quanto tale con le sue istituzioni, e non soltanto da alcuni suoi Stati membri, e con tutta la gamma delle capacità di intervento e di pressione che pur vi sono, oggi purtroppo sostanzialmente assenti da questo e da altri processi di gestione di crisi, diversamente da quanto accaduto in altri momenti e in altre situazioni quando gli stessi Stati membri lo avevano consentito, favorito e legittimato di fronte agli interlocutori esterni.