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Geostrategic thinking Pensiero geostrategico

Pensiero geostrategico: ri-congiungere ciò che è separato – Geostrategic thinking: re-joining what is separate

Il pensiero geostrategico non può che collocarsi nella prospettiva del destino planetario: esso è ciò che tiene insieme l’unica dimensione del vivere, la glocalità, che ogni essere umano vive contemporaneamente come parte necessaria ma non sufficiente dell’umanità e dentro il proprio territorio.

Questa considerazione, necessaria come premessa in una riflessione complessa sul pensiero geostrategico, è alla base di molte discussioni che – nel dibattito pubblico – vengono “ridotte” a una banale separazione tra le dinamiche globali e gli effetti locali. Allo stesso modo, ancora parliamo di politica nazionale e di politica internazionale, come se non fossero le due facce della stessa medaglia.

Le difficoltà di un pensiero geostrategico adeguato ai tempi, per un mondo in velocissima e radicale trasformazione, nascono nelle separazioni sopra indicate. Sono all’ordine del giorno le tentazioni autarchiche, strumentali da parte dei governanti che utilizzano la vera paura per il futuro da parte di popolazioni sempre più impoverite (e il fenomeno, va notato, riguarda tutti i sistemi politico-istituzionali).

Ri-congiungere ciò che è separato è un atto profondamente politico. Oltre a comunicare il mondo, e ogni essere umano, nella sua unità, è urgente lavorare, in termini transdisciplinari e transgenerazionali, a percorsi di “giudizio storico” in un quadro planetario che sembra non  essere sotto il nostro controllo. Se pensiamo alla rivoluzione tecnologica, le classi dirigenti si limitano a rincorrere il fenomeno, amministrando le conseguenze e non governandola politicamente: lo stesso accade per le crisi nella megacrisi de-generativa che percorre il mondo (si pensi al cambiamento climatico, alla salute pubblica, alle migrazioni, alle disuguaglianze e così via).

La paura sociale aumenta perché le certezze di un tempo non ci sono più e, probabilmente, non torneranno. Si assottiglia sempre di più anche la fiducia nei partiti politici: colpo al cuore delle democrazie rappresentative, l’astensionismo è anche un chiaro segnale politico. I partiti devono imparare a capire tale segnale, ri-tornando nell’unità della realtà glocale. Ma, nell’attuale situazione, ciò sembra molto difficile: è necessario, infatti, cambiare completamente i paradigmi culturali e operativi di riferimento.

English version

Geostrategic thinking can only be placed in the perspective of planetary destiny: it is what holds together the only dimension of living, glocality, which every human being lives simultaneously as a necessary but not sufficient part of humanity and within his own territory.

This consideration, necessary as a premise in a complex reflection on geostrategic thinking, is the basis of many discussions which – in the public debate – are “reduced” to a banal separation between global dynamics and local effects. Similarly, we still talk about national politics and international politics, as if they were not two sides of the same coin.

The difficulties of a geostrategic thinking appropriate to this historical phase, for a world in very fast and radical transformation, arise in the separations indicated above. Autarchic temptations are on the agenda, instrumental on the part of ruling classes who use the real fear for the future by increasingly impoverished populations (and the phenomenon concerns all political-institutional systems).

Re-joining what is separate is a profoundly political act. In addition to communicating the world, and every human being, in its unity, it is urgent to work, in transdisciplinary and transgenerational terms, on paths of “historical judgment” in a planetary framework that seems not to be under our control. If we think of the technological revolution, the ruling classes limit themselves to manage the consequences and not to govern it politically: the same happens for the crises in the de-generative megacrisis that runs through the world (think of climate change, public health, migration, inequality and so on).

Social fear increases because the certainties of the past are no longer there and, probably, they will not return. Trust in political parties is also diminishing more and more: a blow to the heart of representative democracies, abstentionism is also a clear political signal. The political  parties must learn to understand this signal, returning to the unity of glocal reality. But, in the current situation, this seems very difficult: in fact, it is  necessary to completely change our cultural and operational paradigms.