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Geostrategic magazine

Per una ‘pace realistica’ – For a ‘realistic peace’

E’ lavorando sui segnali di dialogo che si potrà cambiare direzione alle sole prospettive di riarmo che sembrano segnare la storia dei nostri anni. Naturalmente pensiamo alla guerra in Ucraina ma, più in generale, a quella ‘terza guerra mondiale a pezzi’ di cui tante volte ha parlato Papa Francesco. Urge, dal nostro punto di vista, un movimento per la ‘pace realistica’.

Noi crediamo che la prospettiva necessaria, alla quale tendere, sia la sostenibilità politico-strategica del mondo nel quale viviamo. Qualcuno dirà che si tratta di un obiettivo ambizioso e troppo difficile da affrontare e da raggiungere: piccola voce, replichiamo che il momento storico nel quale siamo immersi presenta una megacrisi de-generativa che rischia di portarci fuori controllo, di far precipitare il mondo in un baratro irreversibile (non solo per la minaccia nucleare). Altrettanto, e qui c’è un paradosso insostenibile, l’umanità ha ormai raggiunto un livello tale di progresso (si pensi alla potenza dell’innovazione tecnologica) che potrebbe garantire un futuro condiviso di benessere e di giustizia.

Eppure le classi dirigenti, e moltissimi di noi, ancora guardano al mondo attraverso un pensiero lineare, semplificante e antagonista. Ancora si cerca il nemico a ogni costo (la certezza del nemico) mentre l’incertezza è la caratteristica dell’ambiente strategico nel quale ci muoviamo. Incertezza non significa insicurezza; quest’ultima, semmai, è la conseguenza di una incertezza che non trova un governo politico dei fenomeni storici. Un mondo a-politico, come l’attuale, è del tutto insostenibile.

Parlare di pace, lo diciamo con chiarezza, non significa appiattirsi  su un pacifismo sterile, che non ci riguarda. Come ricordavamo in altri contributi, la resistenza dei popoli invasi e oppressi va aiutata, anche militarmente. Il limite, come sta accadendo in Ucraina, è quando tale aiuto rischia di cancellare ogni possibile prospettiva di pacificazione.

Una pace realistica è una pace complessa. Chi, come noi, segue il mondo ogni giorno sa che nessun processo storico è slegato dal resto, così come sa (o dovrebbe sapere) che nulla è estraneo da una profonda complessità di dinamiche interrelate e non separabili. Se, per fare un esempio, la sicurezza dei sistemi nazionali è un tema di grande rilevanza, non è riarmando il mondo che si potrà garantire. Una filosofia del presente storico, che cerchiamo attraverso la nostra ricerca, deve accompagnarsi a una diplomazia diffusa, dentro una cultura strategica del negoziato che non neghi il conflitto ma che trovi sempre nuove risposte alla crescente complessità della situazione storica.

English version

It is by working on the signs of dialogue that we will be able to change the direction of the mere prospects of rearmament that seem to mark the history of our years. Of course, we are thinking of the war in Ukraine but, more generally, of that ‘third world war in pieces’ of which Pope Francis has spoken so often. What is urgently needed, from our point of view, is a movement for ‘realistic peace’.

We believe that the necessary perspective, towards which to strive, is the political-strategic sustainability of the world in which we live. Some will say that this is an ambitious goal and too difficult to tackle and achieve: small voice, we reply that the historical moment in which we are immersed presents a de-generational megacrisis that threatens to drive us out of control, to plunge the world into an irreversible abyss (not only because of the nuclear threat). Equally, and here there is an unsustainable paradox, humanity has now reached such a level of progress (think of the power of technological innovation) that it could guarantee a shared future of well-being and justice.

Yet the ruling classes, and a great many of us, still look at the world through linear, simplifying and antagonistic thinking. We still seek the enemy at any cost (the certainty of the enemy) while uncertainty is the characteristic of the strategic environment in which we move. Uncertainty does not mean insecurity; the latter, if anything, is the consequence of an uncertainty that finds no political government of historical phenomena. An a-political world, such as the current one, is completely unsustainable.

Talking about peace, we say clearly, does not mean flattening ourselves on a sterile pacifism, which does not concern us. As we have said in other contributions, the resistance of invaded and oppressed peoples must be helped, even militarily. The limit, as is happening in Ukraine, is when such aid risks wiping out any possible prospect of pacification.

A realistic peace is a complex peace. Those who, like us, follow the world every day know that no historical process is detached from the rest, just as they know (or should know) that nothing is detached from a profound complexity of interrelated and inseparable dynamics. If, to take one example, the security of national systems is a major issue, it is not by rearming the world that it can be guaranteed. A philosophy of the historical present, which we seek through our research, must go hand in hand with a widespread diplomacy, within a strategic culture of negotiation that does not deny conflict but always finds new answers to the growing complexity of the historical situation.