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Marco Emanuele Pensiero Strategico

(Progetto di civiltà) Cominciamo a ri-pensare

Osservare e ascoltare la realtà è fondamentale. Così ci accorgeremmo, girando nei luoghi della vita vera, che manca il collante capace di tenere insieme un progresso sempre più veloce e sempre più radicale (la quarta rivoluzione industriale), le esigenze della sostenibilità (la salvaguardia dell’ambiente naturale ma anche, allargando lo sguardo, le questioni legate alle catene di approvvigionamento e le “partite” strategiche del cibo e dell’energia) e la possibilità per le persone di vivere dignitosamente la propria quotidianità personale e professionale (la giustizia sociale). Aggiungiamo un grande tema, irrisolto dalla caduta del muro di Berlino a oggi, che è quello del rapporto tra pubblico e privato per il governo di settori sensibili e strategici come la salute e l’istruzione. Inoltre, caduto il muro che simbolicamente divideva il mondo, nel corso di questi anni se ne sono alzati moltissimi altri, culturali e fisici; in più, l’euforia seguita alla implosione dell’Unione Sovietica e la disseminazione del verbo liberal-democratico non ha pacificato il mondo. E le democrazie liberali, dogmatizzate quasi in termini di religione politica e di compiutezza, sono oggi in profonda crisi de-generativa; mentre le autocrazie, con minore o maggiore aggressività, sono tutt’altro che scomparse (e, loro sì, investono prepotentemente – con modelli diversi – sullo Stato-Nazione).

Questo ci sembra essere il panorama storico nel quale siamo immersi, un panorama complesso e disordinato, in continua ricerca di un ordine che non potrà mai essere quello che abbiamo conosciuto fino alla fine del sistema bi-polare.

Dopo il periodo duro della pandemia e ancora dentro la prima guerra ibrida del XXI secolo nel cuore dell’Europa, tante sono le domande e, dal punto di vista critico e complesso, ancora pochissime sono le risposte. Mentre prevalgono gli antagonismi, il potere – non solo politico – è abissalmente distante da quella realtà che occorre osservare e ascoltare.

Ci si domanda perché, tra fattori interni e “disturbi” esterni, prevalgano logiche autarchiche di chiusura sovranista. Se guardassimo la realtà con lo sguardo dei più fragili, di chi non ce la fa, capiremmo che gli atteggiamenti di separazione tra le persone e la realtà sono pressoché inevitabili: chi non riesce a curarsi, chi non può avere una istruzione adeguata per i propri figli, chi – in molti casi – non riesce a mettere il piatto a tavola, si pone la domanda: perché non prima noi ? Diciamo fin da subito che, in un mondo globalizzato e in società aperte, quella è una domanda sbagliata: ma è, allo stesso tempo, una domanda comprensibile, una preoccupazione reale di molte persone. Le disuguaglianze, infatti, mordono la vita degli ultimi, categoria in aumento, e – in prospettiva – potrebbero intaccare anche il benessere dei più agiati (peraltro, sempre di meno e sempre più ricchi).

Un progetto di civiltà, ben attento alle grandi strategie, deve guardare alle prospettive-di-realtà e calarvisi dentro. La sostenibilità sistemica, infatti, passa dal ri-pensamento per la ri-fondazione di una politica che lavori strategicamente alle condizioni pragmatiche di una nuova socialità per una nuova “glocalità”.

La critica che poniamo alle democrazie liberali, che privilegiamo rispetto ad altri regimi, e alle società aperte è di non aver governato efficacemente, in termini di mediazioni, il rapporto tra i territori e il mondo, tra i flussi globali e il loro impatto nei tanti “dove” dell’esperienza umana, laddove le persone vivono, operano, soffrono, gioiscono. All’inizio degli anni ’90, felici (oltre misure) per la tanto declamata “fine della storia”, si è immaginato che bastasse dire democrazia & mercato per ottenere sviluppo & equità: nulla di più sbagliato, purtroppo.

Chiunque, negli ultimi decenni, si fosse posto il problema di ripensare il ruolo dello Stato nelle politiche pubbliche veniva tacciato come un passatista, qualcuno che non stava dalla parte giusta della storia. Se è sbagliato farlo dal punto di vista antagonistico, pubblico vs privato, oggi vediamo quanto quel “buttare il bambino con l’acqua sporca” sia stato una scelta avventata. Lo diciamo, solo a esempio (e avremo modo di approfondire), guardando alle difficoltà nell’affrontare la pandemia: il tema è la resilienza del sistema sanitario nazionale, le carenze che si sono evidenziate nella medicina di prossimità e territoriali, le differenze di possibilità di cura tra le diverse aree del Paese. Quando si tocca la salute, è bene ricordarlo, il tema è immediatamente “vita o morte”.

Se scegliamo la democrazia, non possiamo non scegliere, e non avere a cuore, l’interesse pubblico. Dirlo è banale ma praticarlo, come si vede rivolgendo lo sguardo alle politiche realizzate, è una scelta strategica. Ebbene, si è scelto diversamente: l’ “io assolutizzato” ha prevalso sul “noi complesso”. Il bene comune non si costruisce a parole ma è un lavorìo di medio-lungo respiro che deve nascere da società coese e che credano nel valore della relazione. L’Occidente democratico è in crisi perché le sue società sono in crisi, profondamente divise e depresse; altresì, l’Occidente è in crisi perché le sue classi dirigenti, finita la “fine della storia”, non riescono più a maturare idee di mondo dopo l’ordine novecentesco. Questa doppia faccia dell’unica dimensione storica di realtà, dal basso e dall’alto, paga il prezzo di divisioni e di separazioni che hanno un’unica vittima: l’interesse pubblico, il bene comune.

Un progetto di civiltà è necessario perché tutto possiamo permetterci tranne che continuare come un tempo, soprattutto dopo la pandemia e la guerra in Ucraina: eventi che hanno tracciato uno spartiacque storico anche se, come i “meglio” realisti notano, non sono classificabili tra i cosiddetti “cigni neri”.

Chi si impegna a lavorare per un progetto di civiltà deve adottare lo spirito della redazione. Lì si discute, ci si confronta, ci si scontra ma si ha l’obiettivo di realizzare un prodotto. La redazione è un laboratorio e un cammino e, in quanto tale, non può che vivere di e nella complessità. Nella redazione si incontrano differenze e il prodotto finale è una eccezionale conquista comune, qualcosa che comprende tanti contributi ma che non è diretta espressione di un solo punto di vista. Ciò che è importante, nella redazione come nel progetto di civiltà, è che si recuperi lo spirito dello spazio comune, valorizzando le individualità e – al contempo – relativizzandole.

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