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Marco Emanuele Pensiero Strategico

(Progetto di civiltà) Il tempo dei visionari

Ri-pensare per ri-fondare pragmaticamente: questo è il programma di un cammino per un progetto di civiltà.

Tra nuovi concetti strategici e potenze che si riconfigurano velocemente, a valle vi è il destino d’interi popoli che cercano semplicemente l’accesso a una vita degna. In mezzo a questo quadro vi è la politica dimenticata.

I trent’anni che ci siamo lasciati alle spalle mostrano quanto le classi dirigenti del pianeta non abbiamo saputo costruire l’architettura di un mondo che, dalla implosione dell’Unione Sovietica, chiedeva un nuovo ordine o nuovi ordini. Senza trascurare le difficoltà del governare, ci sembra – con realismo – di poter dire che siamo arrivati all’anno di grazia 2022 con un portato di difficoltà straordinariamente pesante e, visto con logica complessa, altrettanto sfidante.

Il dato che emerge più di altri è il ritardo delle classi politiche nell’ affrontare le dinamiche storiche: ritardo che si materializza nel fatto che quelle dinamiche sono sempre un passo avanti rispetto ai nostri passi lenti. Critichiamo legittimamente le scelte politiche ma sappiamo che di politica abbiamo bisogno come l’aria, l’acqua e il pane.

Si dice che sia inutile guardare al passato ma, in un breve accenno, val bene sottolineare come, in tempi non così lontani, le classi dirigenti fossero formate alla politica, all’ascolto per il governo della realtà. Senza nostalgia per i tempi andati, oggi ci troviamo all’incrocio di tre dinamiche: l’esplosione dei rapporti di forza (quasi il potere per il potere); la necessità di considerare la sostenibilità (in senso largo) come un tema strategico; la grande sfida della rivoluzione tecnologica.

Servono visionari, persone che capiscano che le tre dinamiche appena citate sono com-presenti nelle nostre vite e, insieme, ci condizionano e sono condizione per la costruzione del futuro (peraltro già presente). A nulla vale continuare a dividere il mondo in buoni e cattivi (il che non significa negare l’esistenza del male) ma, con realismo, le democrazie liberali hanno la responsabilità storica di calarsi in un’auto-critica radicale e profonda (ciò che non possiamo chiedere agli autocrati). Non vediamo in giro segni che vadano in questa direzione: non ci sembra che i liberali stiano giocando le carte di una auspicata de-escalation planetaria (qui intesa secondo complessità ma torneremo su questo tema in prossimi contributi). Chi è attaccato (si legga l’Ucraina) ha il diritto di difendersi ma l’evidenza è di un mondo che vuole riarmarsi in funzione di un obiettivo di sicurezza. E’ una scelta sostenibile ? Ci porta verso un futuro di pace ? Garantisce quella vita degna che i popoli chiedono ?

La politica, nel tempo di oggi, non può che ri-pensarsi anzitutto tessendo trame di dialogo. Concordiamo con chi evoca il “silenzio facente” delle diplomazie che, per loro natura, non possono diventare merce da talk show: la politica internazionale, con tutte le sue implicazioni, è troppo delicata per essere sacrificata sugli altari della cronaca. Servono visionari, di mediazione e di progetto, per la civiltà.

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