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Marco Emanuele Pensiero Strategico Progetto di civiltà

(Progetto di civiltà) La politica può rifondarsi nelle città

In ciò che Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (2022) chiamano supersocietà, tante sono le domande che emergono. Sono domande di senso, di comprensione del mondo, di ruolo della politica, di possibilità economica, di regole adeguate. Insomma, sono domande complesse in una megadomanda che ciascuno di noi si pone da un punto di vista particolare e secondo il proprio angolo di visuale sul mondo. Non tutti hanno capacità sistemica e pensiero strategico, che val bene maturare, ma tutti colgono lo sbilanciamento di un mondo disuguale che, in ogni territorio, diventa vita difficile, affanno, preoccupazione, disagio. Se, della megadomanda, ciascuno coglie la domanda più pressante per la sua vita, altrettanto ciascuno legge la megadomanda (o parte di essa) a partire dal proprio contesto di vita, laddove le condizioni fattuali sono diverse da quelle di ogni altro contesto: tutto questo è e genera complessità e pone il tema, che la partitica che conosciamo non affronta, di una complessità-in-progress, oggi aggravata dal rischio imprevedibile di emergenze sempre maggiori e impalpabili (si pensi ai rischi cyber, immateriali ma molto materiali nei loro effetti più o meno gravi).

Naturalmente, pur radicando la nostra analisi di civiltà nei luoghi di vita (le città), grande attenzione deve essere posta alle dinamiche globali che ci condizionano in positivo e in negativo. La politica internazionale non può essere separata dalla politica interna, territoriale: nulla è distaccato dal resto. Attenzione, in sostanza, alle interdipendenze globali che, nell’attuale situazione storica, possono produrre ciò che Giaccardi e Magatti (2022) definiscono disordine strutturale.

Il progetto di civiltà chiede analisti complessi: occorre formare classi dirigenti della complessità e della glocalità, capaci di elaborare scenari alternativi e complessi, nell’incertezza.

Chi più, chi meno, tutti avvertiamo la distanza tra le grandi decisioni strategiche (i fora come le Nazioni Unite, il G7, il G20, la Nato, la stessa Unione Europea, ecc.) e la vita quotidiana. C’è, in tal modo, il rischio di rassegnazione che diventa sfiducia progressiva nella politica,  chiusura in sé, nel proprio particolare, rinuncia alla solidarietà, separazione tra ogni destino personale e il destino comune, planetario. Questa distanza, in un mondo che negli ultimi trent’anni ci ha consegnato gravissime crisi de-generative (l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e la guerra in Ucraina), chiama a una sorta di immunizzazione (obbligata, come nel caso della pandemia, o indotta, in altri casi) che, se funziona nell’ordinarietà di sistemi che hanno bisogno di difendersi (in senso complesso), oggi sembra alquanto esasperata ed eccessiva. L’immunizzazione, va da sé, agisce sulla libertà personale, ri-definisce (definisce in continuo) il rapporto tra ogni individuo e la società e mette in discussione (per non dire in pericolo) il comune.

Ciò che oggi viene ampiamente problematizzato è l’idea e la pratica della società aperta. Ben sappiamo che non esistono sistemi chiusi ma, altrettanto, sappiamo come la società aperta vada governata politicamente nel senso di mediare i rapporti di forza che vengono dal globale. La contaminazione è un bene per la società aperta perché ne permette la fecondazione in una evoluzione virtuosa: è il mancato  governo dei rapporti di forza globali  a creare paure che, pur spesso strumentalizzate, trovano la loro giustificazione in una oggettiva perdita di benessere e di sicurezza da parte delle popolazioni autoctone. Così l’identità territoriale diventa localismo e si radicalizza in una sorta di competizione etnica che si rivolge contro i diversi-da-noi, che genera separazione e che esalta – quasi dogmatizzandolo – il bisogno di società non contraddittorie e a-conflittuali.

Torna decisivo, al fine di mostrare le possibilità di costruire una equa società aperta, investire nelle città: perché in quelle, al di là del colore partitico delle amministrazioni, si possono sviluppare gli spazi del comune. E’ nelle città che si possono ri-costruire relazioni-di-prossimità, che si può ri-generare il contesto urbano anche attraverso tecnologie adeguate e il ripristino di attività culturali diffuse, che si può puntare su nuove attività non umiliando quelle tradizionali, che si possono contrastare le disuguaglianze attraverso nuove solidarietà, che possono rivivere i servizi essenziali come salute e istruzione-formazione in partnership con realtà organizzate di volontariato e di privato sociale, che possono vivere forme di controllo sociale senza l’utilizzo massivo di telecamere di sorveglianza che separano le zone ricche da quelle meno abbienti. Le città, terminali per investimenti nella sostenibilità ambientale e sociale, possono diventare veri e propri poli di sovranità territoriale, realizzando un federalismo-di-fatto che faccia interagire i territori fino al livello nazionale, e poli di politica estera (per reti strategiche di governo dei processi complessi e glocali).

Le città-laboratorio diventano laboratori di società aperte. Il potere si diffonde come possibilità-nel-comune e la critica al potere istituzionale, che sempre più si radicalizza in verticalizzazioni che mettono in gioco la libertà, diventa cammino informale per una libertà sostanziale. Le città, nel futuro già presente, dovranno diventare sempre più transetniche e tecnologiche (approfondiremo attraverso quale tecnologia), sostenibili e fondate sulla relazione progettuale. O, diversamente, de-genereranno nel radicalizzarsi in agglomerati di disagio, di disuguaglianze e di paura in un potere sempre più verticalizzato.

Bibliografia in progress

  • Chiara Giaccardi, Mauro Magatti, Supersocietà, il Mulino, Bologna 2022