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Marco Emanuele Pensiero Strategico

(Progetto di civiltà) Pre-testo

Se complesso è “tessuto insieme”, ciò vale sia per le dinamiche e per le sfide che la globalità ci pone di fronte sia per la ricerca di possibili soluzioni. Se siamo dentro a una mega-crisi, è solo rendendoci conto che viviamo immersi in una interrelazione sistemica che potremo uscirne. Quando pronunciamo parole “magiche” come sostenibilità dovremmo tenere conto di quanto scrivono Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (Supersocietà, il Mulino, Bologna 2022, pp. 54 e 55): Senza arrivare a scenari apocalittici, la lista dei problemi si allunga di giorno in giorno: l’aumento delle temperature determina problemi di aridificazione di intere zone dell’Africa, del Sud dell’Asia, del Centro e Sud America; l’innalzamento dei mari costringe a reinsediamenti forzosi centinaia di migliaia, se non milioni, di persone; eventi atmosferici estremi producono danni enormi; la riduzione della varietà della biosfera e la deforestazione determinano pesanti squilibri nell’ecosistema planetario; i problemi ormai cronici dal lato degli approvvigionamenti delle materie prime, specie di quelle rare, espongono a crisi improvvise; la scarsità d’acqua costituisce un fattore critico destinato a scatenare forti conflitti; la minaccia di nuove pandemie e crisi sanitarie rimane concreta.

Presi singolarmente, nessuno di questi problemi costituisce una novità. Considerarli in chiave sistemica, dunque con pensiero complesso, ci permette di adottare uno sguardo diverso, più ampio e più profondo, davvero realistico.

Lo stesso vale per l’altra grande questione, che approfondiremo, e che – nel terzo millennio – fa la differenza: la cosiddetta rivoluzione tecnologica. Perché è ormai chiaro che senza le tecnologie non è possibile affrontare la complessità delle sfide con le quali abbiamo a che fare. Le sfide più diverse mettono a dura prova l’intelligenza umana che ha bisogno di essere sostenuta da strumenti tecnologici adeguati e sempre più affinati. Seguire il pensiero complesso, l’armamentario culturale che utilizziamo nel nostro cammino-di civiltà, ci vincola a considerare ogni tassello del mosaico come necessario ma non sufficiente alla formazione dinamica del mosaico stesso: più il mosaico si allarga, in questo caso più il mondo si rende complesso, più ci ritroveremo disarmati perché l’infinità delle dinamiche rischia di annullare i nostri sforzi inadeguati e insufficienti a trovare soluzioni sistemiche e di medio-lungo periodo.

Il nostro lavoro, tra sostenibilità e rivoluzione tecnologica e nel quadro di relazioni internazionali infuocate e imprevedibili, intende cogliere gli impatti su tre temi che riguardano direttamente il presente-futuro di ciascuno di noi e dell’umanità: la pace, la salute e l’istruzione. Questo è il focus del progetto di civiltà.

Pace, salute e istruzione sono sensori di civiltà. Laddove quelle vengano negate, o non garantite come diritti umani fondamentali a ogni essere umano abitante sul pianeta, si cala un’ombra tragica sull’idea stessa di civiltà. E’ su questo punto che la riflessione teorica sul progetto di civiltà diventa pragmatica; è su questo punto che si può qualititavamente “misurare” la civiltà, a partire dalla condizione dei più fragili.

Non vi è dubbio che – su questioni sensibili come pace, salute e istruzione – la politica debba farsi con la “p” maiuscola, ri-pensandosi per ri-fondarsi. Il progetto di civiltà, allora, vuole essere un contributo progettuale per la formazione di classi dirigenti impegnate sia nella mediazione dei rapporti di forza e di potere (governare il “mentre” dei processi storici) sia nella immaginazione creativa di scenari alternativi. 

Il clima desolante del dibattito pubblico ci impone un sussulto progettuale. Non intendiamo sposare tesi o linguaggi antagonistici ma, certamente, adottare il metro del pensiero critico e complesso. Senza voler incastrare il progetto di civiltà in un modello chiuso e auto-referenziale, la base di lavoro deve tenere conto di cinque elementi fondamentali:

  • l’elemento dei valori e dei principi;
  • l’elemento culturale;
  • l’elemento politico-istituzionale;
  • l’elemento economico;
  • l’elemento giuridico.

Sono elementi che si intersecano, che si contaminano per fecondarsi. Nessuno di essi può vantare una purezza originaria o una centralità in termini d’importanza rispetto agli altri. Tutti gli elementi camminano dentro al progetto che si fonda sulla relazione tra di essi. 

Ciò che va detto, con grande forza, è che, continuando sulla strada intrapresa, non faremo altro che tradire l’idea stessa di civiltà. Non sono più gli specialismi settoriali a spiegare il mondo perché la pratica della separazione ci mostra una realtà a pezzi e non nella sua e nelle sue complessità. Nessun fenomeno storico è limitato a un aspetto della realtà ma ogni fenomeno comprende in sé tutta la realtà e agisce in essa, trasformandola.

Ci domandiamo, allora: di quali classi dirigenti abbiamo bisogno, non solo nelle istituzioni, per governare strategicamente un mondo così complesso ?  

La sfida, a ben guardare, è straordinariamente articolata ma, al contempo, altrettanto semplice. Tutto ciò che accade, inevitabilmente, impatta sulla costruzione della pace (qui intesa come progetto-processo storico permanente e non, semplicisticamente, come assenza di guerra), sulla garanzia della salute (e del diritto a essa) e sulla qualità dell’istruzione per tutti (occorre eliminare il più possibile le asimmetrie “in partenza”).

Ci siamo illusi, progressivamente disilludendoci, che la fase della globalizzazione esplosa dopo il crollo del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica avrebbe garantito benessere diffuso e avrebbe rappresentato quella “fine della storia” che qualcuno teorizzava. Se, da un lato, la globalizzazione ha avuto effetti positivi (milioni di persone sono uscite dalla fame, dalla sete, dalla povertà materiale e si sono potute curare), ben poco si è visto dal punto di vista dell’immaginare (teoricamente e pragmaticamente) un mondo diverso dal precedente (bi-polare). La ricerca affannosa della “terza via” ha lavorato a incrementare il livello di confusione e non ha inciso sul tema dell’aumento delle disuguaglianze nella “erosione” della sostanza democratica (crisi de-generativa della rappresentanza, aumento dell’astensione, solco sempre più profondo tra cittadini, classe politica, istituzioni). Si è scelto, secondo noi sbagliando, di umiliare il ruolo del “pubblico” in nome di un dogmatismo di mercato che si immaginava in grado di auto-regolarsi in funzione dell’interesse generale: pur definendoci liberali, sappiamo che non è andata così.

Ciò che serve, per avviare un progetto di civiltà, è la capacità di elaborare giudizio storico. La realtà vince sempre sulle nostre convinzioni.