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Stato di realtà

Lo Stato non è morto, tutt’altro. E non morirà.

Certamente “svuotato” negli ultimi decenni della nostra Storia, lo Stato diventa sempre più importante in un tempo nel quale siamo chiamati a dei “ritorni” progettuali.

Da queste pagine non verranno condanne al mercato cattivo perché, come ben sappiamo, il mercato fa il suo mestiere. Il problema è sempre nella regolazione, nella risposta alla domanda: a chi risponde il mercato ?

In una fase di crescente complessità, nella quale l’idea di libertà deve fare rima con liberazione dal bisogno, lo Stato deve ri-pensare il proprio ruolo, in un processo di ri-forma, guardando alle disuguaglianze che stanno sempre più dividendo le società in ogni campo. Se nei settori della vita sociale, anche nei più sensibili (si pensi a salute e scuola), la crescita dei divari dovrebbe preoccupare, è chiaro che le “politiche pubbliche” (da non leggere come stataliste) acquistano valore aggiunto.

Di quale Stato stiamo parlando ? Qui è il problema e il grande tema da affrontare per governi Politici e per classi dirigenti che davvero vogliano lasciare il segno in una logica ideal-pragmatica, di “complessità agente”. Il punto di attenzione, secondo noi, dovrebbe riguardare un impegno nella trasformazione dello Stato da “burocratico” a “democratico”. E, almeno nel Bel Paese, sembriamo ancora essere molto indietro. Il discorso, naturalmente, è generale e non è limitato all’Italia.

L’aggettivo “burocratico”, qui usato in senso critico, non significa che la burocrazia non sia un elemento determinante nell’architettura istituzionale dello Stato. Detto questo, la pesantezza dell’apparato burocratico ci dice che non basta snellire ma che occorre ri-pensare per ri-fondare.

La radicalità e la velocità dei fenomeni storici, complici passaggi come la rivoluzione tecnologica, i cambiamenti climatici e demografici, le migrazioni, l’impoverimento diffuso e gli effetti geostrategici della “terza guerra mondiale a capitoli”, ci mostrano Stati ancora sostanzialmente immobili che faticano a tenere il passo con la realtà. E ci sono temi, come la sicurezza, il futuro delle città e la qualità dinamica dell’istruzione, che chiedono politiche pubbliche che portino dentro complessità, incertezza, informalità. O come la salute pubblica che si mostra carente, soprattutto dopo la pandemia (ma il fenomeno era già presente prima), in prossimità e in medicina territoriale.

La grande partita dello Stato riguarda il futuro già presente. Se vogliamo dirci “sostanzialmente” democratici non possiamo lasciare la questione alle libere onde di un mercato auto-regolantesi. Lo abbiamo già visto e, con buona pace dei sacerdoti lineari, anche subito.

La riflessione continua …