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Verso un progetto di civiltà. Nel nome di Morin e di Panikkar (Marco Emanuele)

Non basta essere colti per essere realisti. Oggi più che mai è necessario maturare un pensiero-di-libertà che non può che passare per la critica, la complessità, la ri-generazione, la ri-creazione. Nulla, nel mondo che viviamo, è separato dal resto. Lo ha spiegato molto bene, con poche parole chiare, il filosofo Mauro Ceruti: (…) il segno del nostro tempo è la complessità. La vecchia idea della scienza basata sull’idea di un rapporto meccanico causa – effetto è superata. Oggi sappiamo che ci sono molte catene causali che interagiscono le une con le altre in modo tale che risulta impossibile separarle. (1). Altresì, nulla è dato per sempre come lo abbiamo ricevuto.

Ho scelto, fin dal titolo di questa prima riflessione, di rifarmi a due pilatri della cultura del ‘900, Edgar Morin e Raimon Panikkar, naturalmente non trascurandone molti altri. Comincio da loro perché, dal punto di vista personale, sono stati due Maestri: il loro pensiero è entrato in me con la forza della trasformazione progettuale.

Mi trovo oggi, per scelta personale e grazie alla condivisione culturale e strategica con alcuni amici in vari gruppi di riflessione, a “mettere su carta” il perché della critica e della complessità, il perché di un lavoro gigantesco sulla trasformazione del pensiero e dell’agire politico, il perché di un cammino (che non si sa dove porterà) per e verso un progetto di civiltà.

La inseparabilità delle catene causali evocata da Ceruti non vale solo per la scienza ma, prima di tutto, costituisce la natura della realtà. Si pensi alle relazioni internazionali, ai mondi-che-evolvono tra rischi e opportunità. Il tema è reso ancora più attuale dalla pandemia che, però, ha funzionato da acceleratore di problemi antichi e ben presenti prima che il “nemico invisibile” entrasse prepotentemente nelle nostre vite (2).

Sono soprattutto le relazioni internazionali il campo nel quale si gioca il futuro dell’umanità. Non possiamo più prescindere dalla dimensione planetaria delle sfide e dei problemi e, dunque, delle soluzioni. Può essere banale dirlo ma è ben più difficile attuarlo. Il campo delle relazioni internazionali, infatti, è solcato da contraddizioni e da interrelazioni non eludibili né separabili.

Comincio dalla cronaca che ci regala spunti interessanti. Quando parliamo di diritti umani, e tornerò sul tema  in prossimi contributi, è del tutto normale avere sussulti morali laddove essi vengano oltraggiati e vilipesi a opera di regimi autoritari (e non solo) in giro per il mondo. E i sussulti aumentano laddove le democrazie, attraverso le loro aziende, di fatto accantonano i diritti umani adottando il principio del “business as usual” proprio con quei regimi. Troppo adulto per esprimere stupore, mi limito alla critica.

C’è un problema molto profondo: siamo arrivati al punto di far coincidere e competere la vita (che considero inviolabile) con alcune attività umane che esprimono rapporti di forza assai potenti (3). Discuto di un limite non superabile, quello oltre il quale la vita (estendendo il ragionamento al “creato”) venga considerata al servizio di qualsivoglia sua dimensione. Questo diventa chiaro, a esempio, quando si parla di disuguaglianze: mentre tutti si stracciano le vesti di fronte a un problema che pone in serio pericolo la sostenibilità del pianeta, e dunque dei singoli contesti, le classi dirigenti non sembrano voler cambiare via, di fatto non ri-flettendosi (non calandosi) nelle sue stesse complessità. Condizione assai rischiosa ! (4)

Qui c’è una delle ragioni per cui invoco il progetto di civiltà, cammino, avventura nella vita (5). Nella mediazione dei rapporti di forza, pratica irrinunciabile e da re-inventare (inventare continuamente), il Tutto si tiene insieme solo le parti si considerano nella loro “relatività”. II Tutto del creato, infatti, non è la sommatoria delle parti ma, secondo complessità, è la loro integrazione. Continuiamo, invece, a non considerare la realtà come un mosaico. Continuiamo ad adottare il pensiero lineare e causale per analizzare e tentare di governare una realtà che è sempre più complessa. Non può più esistere un ordine che non tenga conto del disordine, un’armonia che non consideri le disarmonie.

NOTE:

  1. Mauro Ceruti, Il segno del nostro tempo è la complessità, la scienza deve adeguarsi, intervista ad Antonio Cianciullo, HuffPost, 6 dicembre 2021
  2. Edgar Morin, Pierre Rabhi, Fratellanza d’anima. Intervista con Denis Lafay. Armando Editore, Roma 2021. Denis Lafay, p. 16: Le crisi prodotte dalla crisi pandemia non sono molte, rispetto alle crisi della modernità e della civiltà. 
  3. Edgar Morin, Pierre Rabhi, op. cit. Dalla prefazione di Roberto Cipriani, p. 10: (…) non si tiene più conto di ciò che è talmente importante da non essere quantificabile (“l’inquantificabile qualità della vita”), riducibile a valori economici, a numeri corrispondenti a una valuta.
  4. Edgar Morin, Pierre Rabhi, op. cit. Dalla prefazione di Roberto Cipriani, p. 9: Acutamente Morin solleva un interrogativo: se il progresso sia sempre e solo conquista. La constatazione che ne deriva è che di fronte ad una supposta conquista tecnica non si pone quasi mai la questione delle perdite, dei danni, dei mutamenti che ne derivano. Insomma non si fa il debito bilancio dei vantaggi e degli svantaggi, obnubilati dalle appariscenze delle novità.
  5. Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit. Denis Lafay, p. 25: L’imprevedibilità, la csualità, l’inspiegabile, l’imprevisto, sono condizioni della “vera vita”, ovvero una vita intesa come un’avventura. Aggiungo: cosa c’è di più reale ?